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Roma, 10 settembre 2009 – "L’Africa cammina con i piedi delle donne. Ogni giorno centinaia di migliaia di donne africane percorrono le strade del continente alla ricerca di una pace durevole e di una vita dignitosa. Gran parte di loro fanno fino a 10-20 kilometri per portare l’acqua alla famiglia. Poi vanno, sempre a piedi, al mercato, dove, per tutta la giornata vendono quel po’ che hanno, per portare la sera a casa il necessario per nutrire propri figli. Riproducendo così ogni giorno il miracolo della sopravvivenza. Spesso sulle loro spalle i figli che ancora non camminano. A volte, anche se non sono loro figli. Perché nell'Africa delle guerre e delle malattie, le donne sanno accogliere, nella propria famiglia, i piccoli rimasti orfani. Sono in maggioranza le donne a lavorare i campi in una terra che quasi mai appartiene a loro, solo perché donne. Ad esse che controllano il 70% della produzione agricola, che producono l''80% dei beni di consumo e assicurano il 90% della loro commercializzazione, è quasi sempre impedito di possedere un pezzo di terra. Sono le donne quelle che con più coerenza, assicurano, nell'Africa troppo spesso segnata dal malgoverno e dalla corruzione, la speranza del cambiamento e della democrazia. Sono le donne africane che, in condizioni quasi impossibili a causa del maschilismo, della poligamia, del disinteresse o dell'assenza degli uomini, continuano a difendere e a nutrire la vita dei loro figli; a lottare contro le mutilazioni genitali, a curare i più deboli e indifesi.
Sono le donne africane che, di fronte alle prevaricazioni del potere, sanno alzarsi in piedi per difendere i diritti calpestati…".
Con queste parole Guido Barbera, presidente Cipsi, si rivolge calorosamente a uomini e donne del mondo dello spettacolo, della cultura, dello sport, dell’arte, invitandoli tutti a sostenere la Campagna per assegnare il Premio Nobel alle donne africane, promossa dal Cipsi - coordinamento di 42 associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale – e da ChiAma l’Africa". "Appoggiare questa Campagna – prosegue Barbera – significa voler assegnare un Nobel collettivo alle donne africane nel loro insieme, riconoscendone il loro protagonismo. Significa riconoscere e valorizzare il ruolo tanto significativo quanto spesso dimenticato che hanno le donne in genere ed africane in particolare, nella società. Le donne sono protagoniste trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell'attività politica e sociale.
Entro febbraio 2010 vogliamo raggiungere il maggior numero possibile di firme a sostegno dell’appello da inviare al comitato che attribuisce il Nobel. Per ottenere un tale obiettivo abbiamo bisogno che anche le vostre voci si uniscano alla nostra e ci aiutino. Per questo motivo chiediamo a donne e uomini dello sport, della cultura e dello spettacolo di sottoscrivere l’appello e di impegnarsi nella promozione della Campagna in ogni ambito e modo possibile".
Vorremmo inoltre cogliere l’occasione per invitare tutti alla presentazione ufficiale della candidatura, che avverrà il prossimo 14 novembre 2009 ad Ancona nell’ambito dell’VIII convegno "L’Africa in piedi" nel corso di una serata spettacolo al Teatro delle Muse dove vorremmo avere tantissime delle vostre voci con noi.
Chi fosse interessato può mettersi in contatto con la segreteria della Campagna: tel. 06.5414894, mail: info@noppaw.org, web: www.noppaw.org.
2 luglio 2009: Pubblichiamo di seguito l'articolo scritto da Eugenio Melandri per Arcoiris Tv:
"E’ piena di taniche gialle l’Africa. Sono i contenitori con i quali le donne ogni giorno fanno decine di chilometri per recarsi alla fonte più vicina a prendere l’acqua per le loro famiglie. Ogni giorno le strade e i sentieri dell’Africa sono percorse all’alba da tante donne che prima vanno ad approvvigionarsi di acqua e poi al mercato per riuscire a mettere insieme quel tanto che basta a far sopravvivere la famiglia.
L’Africa ha un volto: quello delle donne.
Sono loro che, senza far rumore, senza accampare diritti, riproducono ogni giorno il miracolo della sopravvivenza. In un continente dove è davvero difficile vivere.
Difficile innanzitutto perché gran parte di questo continente non ha le strutture e le infrastrutture necessarie per garantire la vita di tutti.
Manca l’acqua, anche se il continente africano in generale è uno dei contenti più ricchi di questa risorsa. Ma mancano i pozzi, i canali di irrigazione, le condutture, i servizi igienici. Mentre si assiste a un processo di progressiva desertificazione dovuta alle monoculture imposte dalle ex potenze coloniali: l’agricoltura è stata attrezzata e progettata non per garantire la vita dei coltivatori, ma per soddisfare l’esportazione verso i paesi ricchi.
Difficile perché non ci sono scuole e luoghi formativi sufficienti per l’alfabetizzazione. E, si sa, un gruppo umano che non abbia la possibilità di garantire la formazione e l’istruzione dei propri figli, non investe nel futuro.
Difficile perché i diritti umani spesso sono ritenuti un optional in paesi dove troppe volte la democrazia è solo una parola vuota e dove i governanti usano del paese che governano solo per i propri interessi e per gli interessi dei paesi ricchi.
Difficile perché in tante aree di questo continente sono in atto conflitti sanguinosi, le cui origini sono quasi sempre da ricercarsi non nella litigiosità delle persone, ma negli interessi delle multinazionali. Qualche tempo fa i vescovi congolesi hanno denunciato che la guerra nel Kivu (oltre cinque milioni di morti in dieci anni), altro non è che una "guerra paravento" per nascondere il traffico illecito delle risorse.
Difficile perché, come si sa, la miseria produce miseria, il degrado produce degrado, in un circolo vizioso che, soprattutto quando non si dispone di mezzi sufficienti, è quasi impossibile fermare.
Difficile perché le malattie, anche quelle curabili, diventano invincibili. Si muore ogni giorno di malaria e di aids. Ma anche di parto, di diarrea, si denutrizione.
E’ in questo contesto difficile che emerge con forza il ruolo delle donne. Si badi bene, non delle donne colte o intellettuali. Ma delle donne di casa, dei villaggi. Di quelle donne che ogni mattino si svegliano all’alba e, facendo decine di chilometri, vanno prima a prendere l’acqua poi vanno al mercato o nei campi a coltivare quel tanto che serve per nutrire i figli. Di quelle donne che si portano gelosamente sulle spalle i bambini che ancora non camminano o che stanno sedute al mercato circondate da un nugolo di figli.
Quelle donne che, ad esempio, al mercato di Cotonou, se ti manifesti amico, dopo un po’ di conversazione, ti mostrano il libro delle loro quotizzazioni nelle tontine, tenuto nascosto gelosamente sotto una piramide di scatole e di mercanzie. Sono nate così, nell’Africa occidentale, attraverso un sistema semplice di quotizzazioni, decine di migliaia di piccole imprese al femminile. Negozi di parrucchiere, sartorie, pollai o piccoli allevamenti di animali. Piccole imprese agricole o commerciali che reggono in gran parte l’economia del paese. Quell’economia che gli esperti chiamano "informale" e che regge gran parte del sistema africano. Con le donne che si mettono insieme, decidono di mettere in comune i loro risparmi, li affidano a qualcuna che inizia un’attività e che con i proventi di questa attività si industria per trovare la possibilità di restituire i soldi ricevuti: una sorta di banca povera delle donne che ha dato e sta dando grandi risultati.
Oppure le dieci mila donne di un villaggio del Burkina Faso che si sono messe in cooperativa per gestire i campi. Una gestione particolare quella delle donne, diversa da quella dei rispettivi mariti. Gli uomini sono infatti più attenti a mettere insieme un capitale che poi spesso sciupano bevendo. Le donne invece sono più legate alla vita, alla sopravvivenza, al nutrimento dei figli. Ne è nata una cooperativa al femminile dove gradualmente alla coltivazione dei campi si è aggiunta anche la trasformazione dei prodotti. Conserve o marmellate, burro di Karité, prodotti artigianali, succhi di frutta che lentamente cominciano anche a commercializzare.
O quelle donne che, in situazioni di guerra, non solo hanno preso a cuore la sopravvivenza della famiglia mentre i loro mariti erano a combattere, ma si sono assunte anche il ruolo di lottare per la pace. Le donne di Bukavu, ad esempio, che sono scese in piazza e per le strade a mammelle scoperte, gridando di non voler più allattare i figli per la guerra. O quelle stesse donne che, in altre occasioni, hanno vestito per settimane gli abiti del lutto come protesta contro la guerra.
Donne comuni, non conosciute, che non appaiono sui giornali. Donne di tutti i giorni che proprio nella normalità riescono a fare cose miracolose. Sono queste donne che, a nostro avviso, meritano il Nobel per la pace. Nel loro insieme, per la loro capacità inventiva, soprattutto per la cocciutaggine con cui continuano a perseguire la vita dentro un continente che troppo spesso sembra coltivare la morte".
Eugenio Melandri
Roma, 7 marzo 2009 – Guido Barbera (Presidente del Cipsi - coordinamento di 47 ong e associazioni di solidarietà internazionale) ed Eugenio Melandri (coordinatore di Chiama l’Africa) hanno dichiarato: "In occasione della Festa della donna desideriamo ricordare in particolar modo le donne africane, che portano sulle loro spalle il peso e la responsabilità del vivere quotidiano. Lavorano in media 17 ore al giorno. Sono le donne africane che riescono a organizzarsi per lottare per la pace, e a mantenere la vita anche nelle situazioni più tragiche, in un impegno politico spesso capillare e non riconosciuto. E ciò molto spesso con il rischio di subire violenza e sopraffazione. L'Africa oggi può sperare nel proprio futuro soprattutto a partire dalle donne comuni, quelle che vivono nei villaggi o nelle grandi città, in situazioni spesso di emergenza e di cui le donne che sono emerse, sia nella politica, sia nella cultura, sia nell'attività imprenditoriale, non sono che un’espressione visibile. Proprio partendo da queste premesse il Cipsi e Chiama l’Africa hanno deciso di impegnarsi, assieme ai partner africani, in una campagna di sensibilizzazione per L’ASSEGNAZIONE DEL NOBEL PER LA PACE ALLE DONNE AFRICANE, come Nobel collettivo, sperando e confidando di coinvolgere quelle realtà presenti in Italia, in Europa e nel mondo attente alle tematiche dell'Africa, delle pari opportunità e della solidarietà".
Le donne in Africa stanno svolgendo un ruolo sempre crescente nella difesa della salute, soprattutto contro il morbo dell'HIV e della malaria. Sono loro che svolgono spesso formazione sanitaria nei villaggi. Le donne sono protagoniste e trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell'attività politica e sociale. Sono le donne in Africa che reggono l'economia familiare nello svolgimento di quell'attività, soprattutto di economia informale, che permette, ogni giorno, anche in situazioni di emergenza, il riprodursi del miracolo della sopravvivenza. Le donne da decenni sono protagoniste nel microcredito e nella microfinanza: dalle storiche tontine dell'Africa occidentale, fino alle forme più elaborate di microcredito in tutte le parti del Continente. Microcredito che ha permesso la nascita e la crescita di migliaia di piccole imprese. Le donne africane sono capaci di organizzazione nella gestione dell'economia: esistono in Africa centinaia di cooperative che mettono insieme donne impegnate nell'agricoltura, nel commercio, nella formazione, nella trasformazione di prodotti articoli (si pensi da esempio al burro di Karité o ad altri prodotti agricoli trasformati per la commercializzazione). Le donne africane stanno svolgendo un ruolo sempre crescente nella definizione e nella ricerca di forme autoctone di sviluppo economico e sociale, attraverso l'organizzazione capillare delle attività economiche e sociali nel villaggio. Sono gruppi organizzate di donne che stanno impegnandosi contro gli impedimenti anche tradizionali come l'infibulazione e la mutilazione genitale.
Questa proposta è nata in Senegal a Dakar durante il seminario internazionale per un "nuovo patto di solidarietà tra Europa e Africa" svoltasi dal 28 al 30 dicembre 2008 e promossa dal Cipsi, coordinamento di 47 associazioni di solidarietà internazionale, e da Chiama l'Africa. Nei prossimi mesi, verrà lanciato un manifesto-appello con la firma di alcune personalità che hanno ruolo internazionale riconosciuto e saranno organizzati diversi convegni, iniziative di movimento, incontri con donne africane, proposte di viaggi in Africa per incontrare realtà di donne organizzate ecc., con l’obiettivo di raggiungere almeno 2 milioni di firme da inviare al comitato che attribuisce il Nobel.
Verrà inoltre creato un sito web multilingue, in cui raccontare i passi della campagna e, nello stesso tempo, presentare storie di donne organizzate in Africa. Il sito è: www.noppaw.org (NOPPAW = Nobel Peace Prize for African Women).
Per informazioni e adesioni: tel. 06.5414894, fax: 06.59600533, mail: info@noppaw.org, web: www.noppaw.org.
Roma, 25 febbraio 2009 - "Lanciamo una campagna per assegnare il Premio Nobel per la pace alle donne africane. È importante riconoscere le donne come soggettività collettiva". Con questa dichiarazione Patrizia Sentinelli, già viceministro agli affari esteri nel precedente governo Prodi, ha parlato oggi a nome del Cipsi - Coordinamento di 47 ONG e associazioni di solidarietà internazionale – e di Chiama l’Africa durante la conferenza internazionale "La cooperazione con l’Africa in un contesto di crisi economico finanziaria. La proposta della cooperazione tra comunità". La conferenza, che si sta svolgendo a Roma presso la sala delle Colonne della Camera dei Deputati, è promossa da Ainram (Associazione internazionale "Noi ragazzi del mondo"), Comunità Internazionale di Capodarco e Gue/Ngl (Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica) ed è un ulteriore tassello che si aggiunge al viaggio di Cipsi e Chiama l’Africa in Senegal (27 dicembre 2008 – 10 gennaio 2009), per ribadire la volontà di ripartire con un nuovo partenariato, riscrivere una nuova storia e nuove relazioni tra Africa ed Europa. È proprio in Senegal, a Dakar, durante l’assemblea internazionale per un "nuovo patto di solidarietà tra Europa e Africa" svoltasi dal 28 al 30 dicembre 2008, che è nata la proposta di assegnare il Premio Nobel per la pace alle donne africane.
Una proposta che nasce a partire dalla constatazione del ruolo crescente che le donne africane hanno acquistato nella vita quotidiana dell'Africa. Le donne sono protagoniste e trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell'attività politica e sociale. Sono le donne in Africa che reggono l'economia familiare. Le donne da decenni sono protagoniste nel microcredito e nella microfinanza e stanno svolgendo un ruolo sempre crescente nella difesa della salute, soprattutto contro il morbo dell'HIV e della malaria. Sono loro che svolgono spesso formazione sanitaria nei villaggi. Sono le donne africane che riescono a organizzarsi per lottare per la pace, e a mantenere la vita anche nelle situazioni più tragiche, in un impegno politico spesso capillare e non riconosciuto. Lanciare una campagna internazionale per l’attribuzione del Premio Nobel per la pace nel 2010 alle donne africane nel loro insieme, significa voler attribuire un Premio non ad una singola persona o associazione, ma un Nobel collettivo. L'Africa oggi può sperare nel proprio futuro soprattutto a partire dalle donne comuni, quelle che vivono nei villaggi o nelle grandi città, in situazioni spesso di emergenza e di cui le donne che sono emerse, sia nella politica, sia nella cultura, sia nell'attività imprenditoriale, non sono che un’espressione visibile. Nel contesto della crisi mondiale attuale, l’Africa potrebbe essere travolta – ha sottolineato nel corso del convegno Guido Barbera, presidente del Cipsi – ma tutti sono attenti solo a risolvere i problemi dei paesi ricchi. Alle prossime elezioni europee e amministrative dobbiamo ridefinire l’agenda politica: la priorità è la cooperazione internazionale intesa come relazione". Tra gli altri relatori presenti, Jean Léonard Touadi che ha introdotto la giornata, l’europarlamentare della Sinistra Europea Roberto Musacchio, il presidente di Capodarco Vinicio Albanesi, il direttore della rivista "Solidarietà Internazionale" Eugenio Melandri, la poetessa Elisa Kidanè e la coordinatrice diaspora africa Nord Italia Cécile Kyenge Kashetu.
Nei prossimi mesi, verrà lanciato un manifesto-appello con la firma di alcune personalità che hanno ruolo internazionale riconosciuto e saranno organizzati diversi convegni, iniziative di movimento, incontri con donne africane, proposte di viaggi in Africa per incontrare realtà di donne organizzate ecc., con l’obiettivo di raggiungere almeno 2 milioni di firme da inviare al comitato che attribuisce il Nobel. Verrà inoltre creato un sito web multilingue, in cui raccontare i passi della campagna e, nello stesso tempo, presentare storie di donne organizzate in Africa. Il sito è: www.noppaw.org (noppaw = Nobel peace prize for african women).
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