LA COPERTINA
L’Italia nel
pallone
La rivolta del Quarto Stato
La nuova maggioranza non paga
le tasse, chiude il cancello automatico, se la prende con i lavavetri, invoca i
sindaci sceriffi, ancora meglio se di sinistra.
di M.
Damilano
“Qualche mese fa un importante
politico di sinistra, intervistato dal ‘Corriere della Sera’ a proposito delle
scalate bancarie e dell’attivismo di alcuni leader del partito erede del Pci, se
ne uscì con un’affermazione sorprendente: «Molti si sono scandalizzati perché i
politici parlano con banchieri e imprenditori. Ma con chi dovremmo parlare? Con
gli straccioni?».
Una domanda non retorica. Anche perché, per
combinazione, lo stesso giorno si celebrava il centenario della morte di
Giuseppe Pellizza da Volpedo, il pittore che aveva dipinto alla fine
dell’Ottocento il Quarto Stato, il quadro simbolo del movimento socialista: una
grande massa di lavoratori, uomini, donne e bambini, che avanzava con dignità e
con forza, inesorabilmente, con la certezza che avrebbe spazzato via le teste
coronate, gli imperatori e i papi, i parlamentari eletti per censo. Erano gli
straccioni che avrebbero preso il potere, gli umili che avrebbero conquistato il
mondo di cui ha parlato Luigi Pintor in ‘Servabo’.
Il nuovo Quarto Stato
È passato più di un secolo, e
oggi il Quarto Stato che preme alle porte ha cambiato volto. Nelle società
occidentali sono i precari, i non garantiti, i flessibili, gli invisibili. Nel
resto del mondo sono l’ottanta per cento dell’umanità senza diritti, neppure
quello alla sopravvivenza.
In Italia, nell’Italia nel pallone, l’Italia della
politica che vive al telefono, dove tutti parlano con tutti, tutti negoziano con
tutti, la destra con la sinistra, gli anti-capitalisti con i capitalisti, i
cattolici con i laici, il nuovo Quarto Stato assume le sembianze ambigue della
rabbia del cittadino comune contro la politica, la casta che si è impossessata
delle risorse pubbliche e le utilizza a fini privati. Una rabbia che si esprime
in modo leggero, attraverso i bits di un sito internet, o pesante, con le
manifestazioni di piazza e i gruppi sul territorio. Il movimento che si
raccoglie nel segno di Beppe Grillo sta percorrendo entrambe le strade, con
successo…”.
LE COSE
Le cose del mondo
Camerun: incontro con Frate Gioacchino Catanzaro
Le loro prigioni di P. Bizzarri
L’essere umano perde ogni diritto: è costretto a
dormire per terra perché un materasso è concesso solo a chi se lo può pagare. È
obbligato a vivere in condizioni igieniche terribili, con la conseguenza che ben
presto la sua salute psico-fisica peggiora inesorabilmente.
“Gioacchino Catanzaro, frate cappuccino, vive e
lavora in Camerun. Nato in Eritrea, ad Asmara, da padre italiano e madre
eritrea. È in Camerun dal 2000. E subito gli è stata assegnata l’attività nelle
prigioni. La sua giornata è intensa e dedicata ai più emarginati della società:
i detenuti. «Solidarietà internazionale» l’ha intervistato perché Fra Gioacchino
non può tacere. Le condizioni disumane in cui vivono i detenuti delle prigioni
di Bamenda e di Bafoussam devono essere note anche fuori dalle mura carcerarie e
arrivare in Europa, in Italia. Dove è possibile impegnarsi per dare una speranza
a chi, privato della libertà, tutti i giorni lotta per sopravvive a fame,
scabbia e soprusi.
Ci vuole descrivere la prigione centrale di
Bamenda?
Il carcere di Bamenda risale al periodo coloniale,
venne costruito dai tedeschi circa un secolo fa. Versa in uno stato deplorevole.
Mi sono attivato per denunciare questa situazione anche con il Vescovo. A
Bamenda giungono tutte le persone accusate di aver commesso qualche reato. La
persona arrestata viene reclusa immediatamente nell’Awaiting trail, vale
a dire lo spazio dedicato a chi è in attesa di giudizio. Ecco, qui l’essere
umano perde ogni diritto: è costretto a dormire per terra perché un materasso è
concesso solo a chi se lo può pagare. È obbligato a vivere in condizioni
igieniche terribili, con la conseguenza che ben presto la sua salute
psico-fisica peggiora inesorabilmente…”.
Kazakistan: dopo la visita di Prodi
Il “nero” e il “verde” di L.
Manes
Una missione internazionale di Ong, a cui ha
partecipato anche l’italiana Crbm, ha riscontrato che sia a Kashagan, che
soprattutto nelle altre località dove è stato già estratto il petrolio di cui è
ricco il sottosuolo kazako, gli impatti ambientali sono tremendi.
“Tengiz, Kashagan, Bautino. Nomi esotici, di cui
nessuno in Italia ha mai sentito parlare. A meno che non lavori all’Eni, oppure
sia un avido lettore delle pagine economiche dei giornali. Eppure queste tre
località del Kazakistan, ex repubblica russa bagnata dal Mar Caspio ora retta
dal presidente-dittatore Nursultan Nazarbayev, sono tre cruciali avamposti per
l’industria dell’oro nero. A Kashagan è stato scoperto il più grande giacimento
non ancora sfruttato dell’ultimo decennio. Le compagnie petrolifere occidentali,
già molto attive in quell’area, sono accorse in massa, attirate dal miraggio
rappresentato da circa sette miliardi di barili di petrolio. Il consorzio
formatosi per lo sfruttamento delle riserve offshore di Kashagan, l’Agip KCO,
annovera l’Eni, la Total, l’Exxon Mobil, la Shell (tutte con quote del 18,52%) e
la locale KazMunaiGaz (a cui rimane l’8,33%). La compagnia italiana, unica vera
multinazionale del nostro Paese e con tanto di 30% di azioni ancora in mano
pubblica, è l’operatrice unica del progetto. Ovvero è responsabile per le
attività di estrazione. Impresa ardua, se non quasi impossibile, a meno di
mettere in conto devastazioni socioambientali senza precedenti…”.
Assemblea costituente in Ecuador
Il movimento indigeno al bivio di
C. Colombi
La riforma più difficile riguarda il modello
economico. Quale alternativa abbiamo al neoliberismo? Non possiamo pensare di
abolire la proprietà privata, ma questa può essere uno strumento di sviluppo dal
basso. Credo in un sistema intermedio tra Stato e mercato, dove la popolazione
sia direttamente proprietaria dei mezzi di produzione. Parla Luis Maldonado.
“Il 30 settembre 2007 in Ecuador è stata eletta
l’Assemblea Costituente per realizzare la ventesima riforma costituzionale dalla
sua indipendenza. Si tratta di una delle principali promesse elettorali del
nuovo presidente Correa: avvicinare lo Stato ai cittadini e rinnovare la classe
dirigente. Una sfida difficile per i 128 delegati (100 provinciali, 22 nazionali
e 6 dei migranti), nell’apice della “rivoluzione civile” che ha portato la
sinistra al governo.
La spinta al rinnovamento in Ecuador venne data alla
fine degli anni ’80 dall’insorgere dei popoli indigeni, con la lotta per la
terra prima, e la nascita del loro movimento politico poi. Oggi però, proprio
quando l’Assemblea dell’Onu approva la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli
Indigeni, sono proprio loro ad uscire dalla scena politica in Ecuador: contano
pochi rappresentanti in parlamento e ancor meno delegati alla Costituente.
Ricostruiamo le cause di questa trasformazione con
Luis Maldonado, presidente della Escuela de Gobierno y Politicas Publicas…”.
La Cina verso le Olimpiadi
Anche Dio è in gioco di E.
Asciutti
La libertà religiosa, se pure riconosciuta
formalmente, soffre ancora di limitazioni. Pechino è consapevole che il
radicamento religioso possa facilitare dei movimenti di secessione all’interno.
Pertanto l’autonomia concessa è costretta a rimanere confinata alla carta.
“La libertà religiosa in Cina è una cosa abbastanza
delicata. Sono infatti note le violazioni perpetrate in Tibet contro monaci e
suore buddisti, gli attacchi contro i membri del Falungong, le difficoltà a
svolgere i propri riti incontrate da molti cattolici fedeli della Chiesa di
Roma. Altrettanto note sono poi le storie degli attivisti che, nel tentativo di
far emergere queste violazioni, subiscono atti di repressione da parte del
governo cinese.
L’avvicinarsi del grande evento sportivo, le
Olimpiadi di Pechino, fissate per l’agosto 2008, fornisce un’occasione per
analizzare un po’ più da vicino il complesso mondo cinese, sfruttando il
riflettore che in questo la comunità internazionale ha puntato sulla Cina.
In molti paesi asiatici il posto della politica è
‘sconfinante’. È una situazione diversa da ciò che succede in Italia, ad
esempio, dove la Chiesa cattolica ha una forte ingerenza sulla vita politica del
nostro paese. Per i politici asiatici, spesso, la religione diventa uno
strumento per avvicinarsi a Dio e quindi auto-legittimarsi agli occhi dei
cittadini. Ciò rivela la scarsità del progetto di secolarizzazione...”.
Le cose di casa
Lettera aperta alla sen. Merlin
Quando la politica cerca
scorciatoie di M. Da Pra Pocchiesa
Oggi le prostitute sono in maggior parte donne
migranti. Le accomuna l’essere irregolari e sfruttate. E anche molto ricercate
perché più deboli, più accondiscendenti, perché non discutono ciò che si chiede
a differenza delle italiane.
“Cara senatrice Merlin, non so cosa stia facendo nel
misterioso mondo in cui è giunta, ma mi piace pensarla affaccendata, certamente
in Paradiso, ad ascoltare persone, a organizzare dibattiti, a tutelare gli
interessi dei soggetti, anche lassù, più deboli. Tra di loro, certamente, tutte
le vittime della
tratta degli esseri umani e le donne prostituite e
prostitute.
Non so se segue quello che avviene in Italia da
anni, e negli ultimi anni in particolare. Provo ad aggiornarla. Dalla legge che
ha preso il suo nome, nel 1958, molte cose sono cambiate, sia nel mondo della
prostituzione che della politica. All’inizio, dopo la chiusura delle case di
tolleranza grazie alla ‘sua’ legge, molte di loro si sono riversate nelle strade
perché non era facile trovare lavoro. Si ricorderà le proteste in alcune città:
le raccolte di firme per ‘pulire le strade’… ieri come oggi. Ma allora, grazie
alla ‘sua’ legge che non schedava più le donne, che puniva lo sfruttamento e
prevedeva un aiuto a coloro che lasciavano la strada, molte cose sono cambiate.
Progressivamente le donne che si prostituivano sono diventate sempre meno, anche
grazie al fatto che per le donne sono aumentati i posti di lavoro e hanno potuto
scegliere anche lavori migliori.
Di quelle migliaia di donne per molti anni ci si è
quasi dimenticati. Le poche rimaste lo facevano per scelta, per lo più in casa,
senza sfruttatore e poco altro. La sua legge si è rivelata
una delle disposizioni più geniali promulgate dal
nostro Parlamento. Ha saputo tutelare la dignità delle donne; ha relegato lo
scambio nella sfera personale tra persone adulte, e nel contempo non l’ha
definito un lavoro come un altro; ha previsto la punibilità dello sfruttamento e
dell’esercizio della prostituzione con un minore. Insomma: ha previsto tutto e
per questo, ancora oggi, come donna e come donna che lavora nel sociale, a
fianco di molte donne che si prostituiscono, non posso che ringraziarla…”.
Il Forum dei Movimenti sull’acqua
400.000 firme per una nuova legge
di P. Bizzarri
È il momento dell'impegno politico. Il governo deve
mantenere la promessa: garantire pubblica proprietà e gestione dell'acqua. In
attesa del Forum sociale mondiale di Belem e di quello sull'acqua di Istanbul.
“L’acqua è un bene naturale e un diritto umano
universale. La disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua
potabile sono garantiti in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della
persona».
Comincia così la proposta di legge d’iniziativa
popolare volta alla ‘tutela, governo e gestione pubblica delle acque e
disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico’ sorta dalla
mobilitazione del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Con semplicità,
chiarezza e densità di valori umani, politici ed economici.
Gli stessi intenti alla base dell’Assemblea
Nazionale del Forum Movimenti per l’Acqua che, sabato 8 settembre, ha riunito a
Milano tutti i suoi componenti con lo scopo di disegnare il percorso dei
prossimi mesi.
Per gli uomini e le donne del Forum Movimenti per
l’Acqua, il traguardo estivo di 400.000 firme depositate in Parlamento per una
legge d’iniziativa popolare ed ottenute con la campagna «Acqua pubblica, ci
metto la firma» rappresenta solo l’inizio di una strada lunga e, così è stata
definita dagli stessi, ‘rivoluzionaria’. E, in un mondo che avanza – o forse,
indietreggia – su modelli di crescita economica basati quasi esclusivamente su
consumo e profitto, diventa davvero rivoluzionario chi afferma e opera perché un
bene vitale all’umanità non venga ridotto
a merce…”.
Le cose e le cose
Il Cesvitem compie 20 anni
L’amicizia e la solidarietà di L.
Arici
Tutti ci conosciamo, i nostri sostenitori hanno dei
volti ben precisi, non siamo un’associazione anonima, la rete di sostegno che è
venuta a crearsi nasce davvero da una rete di rapporti e di conoscenza.
“Il Centro Sviluppo Terzo Mondo – Ce.Svi.Te.M.- ha
vent’anni: una storia e un cammino di gruppo, fatto di esperienze condivise e di
relazioni. Li racconta Simone Naletto, presidente storico e fondatore della Ong
miranese che, per l’occasione, si lascia scoprire, con il tono simpatico che lo
caratterizza. Simone e altri fondarono il Cesvitem nel 1985, staccandosi da un
piccolo gruppo missionario per cercare una nuova
forma di solidarietà, quella della cooperazione, del partenariato, dei rapporti
con i rappresentanti delle realtà locali.
Come ha avuto inizio la vostra attività?
Ride e risponde: dovrei mandarti il discorso del
ventennale. Facevamo parte di un gruppo missionario, operavamo nell’ambito
dell’emergenza, inviavamo pacchi di viveri e taniche in container per il
Mozambico. Siamo nati seguendo il fervore dell’associazionismo che
caratterizzava gli anni ottanta. Informalmente nel 1985, ma fu costituita
ufficialmente nel 1987. La nostra idea era quella di iniziare a lavorare in modo
organizzato, volevamo andare oltre l’assistenzialismo, volevamo ‘costruire’
qualcosa che permettesse di parlare di sviluppo autentico della società
locale che avevamo a cuore: allora era la realtà mozambicana.
Eravamo consapevoli che noi avremmo dato solo un
piccolo contributo per un mondo migliore.
I primi tempi furono dedicati alla formazione delle
persone del nostro gruppo, per capire come partecipare al mondo della
cooperazione e delle Ong…”.
L’incontro con Mons. Soldari, vescovo di Cochabamba
L’acqua fresca della Bolivia di
C. Carici e M. Iob
Dopo l'elezione alla presidenza di Evo Morales, il
paese sta vivendo una profonda trasformazione. Avviato sulla strada della
ricerca di una democrazia dal basso, del recupero di dignità delle culture
autoctone e del controllo pubblico dei beni comuni.
“Ha passato esattamente metà della sua vita in
Bolivia, Mons. Tito Solari, da quando - 34 anni fa, nel lontano 1966 - è partito
dal Friuli alla volta di quella che diventerà la sua terra d’adozione, in
Sudamerica. E oggi, a 68 anni, è arcivescovo dell’arcidiocesi di Cochabamba,
quarta città del paese con oltre 500.000 abitanti. Una storia che Mons. Solari
ha sempre vissuto con un impegno in prima linea, in favore dei poveri,
diventandone ben presto uno dei protagonisti indiscussi, come testimonia il
ruolo a difesa dell’acqua bene comune e contro la privatizzazione della risorsa
idrica voluta dal governo, ma anche l’importante azione di mediazione svolta per
evitare repressioni violente come quelle accadute a Cochabamba nell’aprile del
2000 e conosciute in tutto il mondo come ‘la guerra dell’acqua’.
Oggi, però, sotto la guida del primo ‘presidente
indio’ Evo Morales, che ha dimostrato che è possibile una rivoluzione sociale e
politica con i voti e non con i proiettili e che all’inizio dell’anno è stato
candidato al Nobel per la Pace, la Bolivia è un paese in profonda e incessante
trasformazione, inevitabilmente avviata sulla strada della ‘democrazia dal
basso, del recupero di dignità delle culture autoctone, del controllo pubblico
sui beni comuni’. E proprio da un ritratto dei principali cambiamenti della
Bolivia di oggi iniziamo la nostra chiacchierata con Mons. Tito Solari, al
termine dell’incontro pubblico con i tanti amici e sostenitori della Bolivia
presenti a Udine, dove è rientrato per alcuni giorni, e promosso dal CEVI…”.
Lettera dal Guatemala
La casa de los amigos di G. Lutte
Dall'esclusione dell'indigenza alla gioia della
condivisione: questo il percorso che ha ridato dignità e gioia di vivere a Mynor.
“Le parole ‘commercio equo e solidale’ si usano
sempre più spesso in Italia, insieme agli aggettivi ‘etico’ ed ‘equo’. Il
commercio equo, nato in Olanda negli anni ‘50, è approdato in Italia alla fine
degli anni ‘80 e si è sviluppato in modo esponenziale fino a qualche tempo fa,
portando il numero delle Botteghe del mondo, i punti vendita al dettaglio dei
prodotti equosolidale, luoghi di ritrovo e di discussione delle istanze di
giustizia equosolidale, da poche decine a diverse centinaia. Questa espansione,
ci dicono i sociologi, è stata possibile grazie ad una nicchia di consumatori
già predisposti ad un consumo equosolidale, che attendeva solo di potersi
attivare nella scelta di consumo critico e solidale attraverso una Bottega del
mondo vicina a casa.
Della nicchia di consumatori già sensibilizzati,
così come dei primi attivisti del movimento del commercio equo, una buona fetta
era costituita da ex volontari rientrati da quelli che allora si definivano Pvs
(paesi in via di sviluppo) e che oggi chiameremmo ‘impoveriti’. La capillare
presenza, negli anni ‘90, di giovani e meno giovani che partivano per cooperare
con le popolazioni lontane e che, al loro ritorno, volevano continuare a
mantenere un legame concreto con la gente che avevano conosciuto, ha permesso
alle nascenti Botteghe del mondo e centrali di importazione di sviluppare
contatti con gruppi, cooperative, associazioni di produttori africane,
latinoamericane e asiatiche. In questo modo il commercio equo si è sviluppato in
Italia per anni in modo originale...”.
Il settimo convegno di Chiama l’Africa
L’Africa è davvero in piedi
Già nel tredicesimo secolo, l'impero del Mali
guidato da Soundiata, aveva una carta dei diritti umani. Recuperare la memoria
per recuperare la propria dignità. Proposta una rete della società civile. “
‘Non si può vivere con la memoria degli altri’. L’aveva capito così bene lo
storico burkinabè Joseph Ki-Zerbo da dedicare la sua vita allo studio della
storia africana, fino al dicembre scorso, quando ha lasciato questa terra,
regalandoci ben otto volumi della prima storia africana scritta ‘Il mondo
africano nero’, pietra miliare della storiografia nera. Sua moglie, Jacqueline,
era ad Ancona in occasione del VII convegno internazionale di ‘Chiama l’Africa’,
(28-30 settembre), organizzato insieme al Cipsi e alla Provincia di Ancona, sul
tema ‘Dalle radici al futuro’. Insieme a tanti altri africani, impegnati in vari
settori, ha dato vita ad un’edizione particolare del convegno, in cui ha trovato
spazio un’emergenza africana inedita, poco studiata. Gli organizzatori la
spiegano così: «Abbiamo condannato per secoli l’Africa a non avere storia e poi
le abbiamo imposto la nostra. Se ha un bisogno più degli altri è nella richiesta
di essere riconosciuta nella sua dignità». ‘La colonizzazione è stata la
negazione della storia africana’, ha detto nel suo intervento Djibril Tamsir
Niane, storico guineano… Storia e presente si sono intrecciati continuamente in
queste giornate di studio in cui si sono alternate tante testimonianze da
diversi paesi…”.
XXI SECOLO
I diritti della carta
di
Guido Barbera
60 anni fa entrava in vigore
la Costituzione italiana, che porta principi e riconosce diritti estremamente
attuali. Ma i fatti dicono che spesso i diritti sono solo “di carta”.
“Il 1° gennaio 1948 entrava in
vigore la Costituzione Italiana. Fra poco ne celebreremo i 60 anni. Anche se
segnata da qualche ruga, dovuta all’evoluzione della storia, ancora oggi non
possiamo rimanere indifferenti alla sua attualità, e quasi del tutto
sconosciuta. Corriamo forse il rischio di conservarne testo e principi come
reliquia preziosa, bella cosa scritta sulla carta, ma inattuabile.
Quando la Costituzione ci
parla del diritto al lavoro, il nostro pensiero corre alla massa enorme di
disoccupati; quando ci parla di diritto alla salute, il nostro pensiero corre
spontaneo al disastro dei nostri ospedali e agli interessi economici che ne
caratterizzano scelte e gestione.
Quando la Costituzione parla
del diritto all’istruzione, il nostro pensiero corre alle scuole e ai nostri
figli, con le deficienze croniche, i disagi, le incapacità ad incidere
nell’educazione e formazione delle nuove generazioni.
Costituzione tradita o
Costituzione inattuata?
Certamente un
documento di straordinaria vitalità al quale ogni cittadino, ma soprattutto ogni
politico e governante, dovrebbe ispirarsi per costruire la ‘civiltà italiana’.
60 anni, come la Carta dei
Diritti Umani, della quale la Costituzione riprende e sottolinea molti punti.
Una Carta tradita nella sua
sostanza nel momento in cui, nel 2000, le Nazioni Unite hanno approvato gli
Obiettivi del Millennio, negazione dei diritti universali di ogni cittadino. Non
vi siete mai chiesti perché la miseria è in crescita e le persone misere sono
sempre più misere, mentre i ricchi sono sempre più ricchi?…”.
IL DOSSIER
Il terribile canto delle armi a cura di
Eugenio Melandri
Operai, lasciate le fabbriche di armi!
Tutti insieme in un solo giorno,
queste fucine di morte:
insieme provvederemo giustamente alla paga,
lasciatele a un giorno convenuto,
tutti gli operai del mondo insieme.
E scendete sulle piazze, tutti gli operai,
a un ordine da voi convenuto.
E andate sotto le “Case bianche”,
di tutte le capitali
e urlate tutti insieme, operai d’ogni specie,
questa sola parola: non vogliamo
più armi, non facciamo più armi!
Solo questo urlate insieme
nel cuore di tutte le capitali.
E poi vediamo cosa succede.
Per salvarci non c’è altro ormai.
Allora sarete voi i veri salvatori;
operai, fate questo
e vivrete. E vivremo.
E sarete invincibili.
David Maria Turoldo
“Salmodia contro le armi”
“Questo carteggio nasce dall’intervista fatta nel
maggio di quest’anno a Emilio Lonati, della Fimnm Cisl. In un passaggio di
questa intervista, Lonati diceva: «Resta ancora difficile nella nostra
società coniugare il diritto alla pace con il diritto al lavoro. Simone Weill
scriveva: “Sarebbe bello poter lasciare l’anima dove si mette il cartellino di
presenza e riprenderla all’uscita. Ma non si può. L’anima la si porta con sé in
officina. E non è possibile farla tacere”. Questa è, in fondo, la nostra
contraddizione, ma anche una sfida continua che non possiamo ignorare. Oggi,
infatti, credo che se vogliano costruire un mondo multipolare e contrastare
l’egemonia militare degli Stati Uniti, anche l’Europa debba avere un suo sistema
di difesa». Qualche giorno dopo, giungeva alla redazione questa breve
lettera di Carlo Cefaloni: «Caro Eugenio, ho letto la bella intervista a
Lonati. Vera e profonda come sempre. Certo, quella nota sulla necessità della
industria europea in competizione con gli Usa, mi preoccupa non poco. Tutti
questi sacrifici. L’eroismo di Elio Pagani e compagni e poi arrivare a queste
conclusioni?».
Ne è nato il carteggio che pubblichiamo. Di seguito
facciamo il punto sulla campagna contro le banche armate, sulla mobilitazione
contro la nuova base americana a Vicenza e sulla campagna per un futuro senza
atomiche. In una poesia sulla seconda guerra mondiale, David Maria Turoldo
scriveva: ‘Abbiamo tutti cantato / almeno una volta / i canti della morte’...”.
Non sono un pacifista pentito
di E. Lonati
“Caro Carlo, cercherò di rispondere alla tua
stimolante osservazione in maniera un po’ più articolata rispetto a quanto non
mi abbia potuto consentire di fare il mio stringato passaggio, a riguardo,
sull’intervista da te citata.
Innanzitutto non sono un pacifista “pentito”; ero,
sono e rimarrò amico e sostenitore di Elio Pagani e “compagni” e delle loro
eroiche battaglie (alcune delle quali combattute assieme).
Credo però che la conquista di un mondo senza armi e
in pace sia un percorso – oltre che faticoso – lungo e fatto “a piccoli passi”,
purché siano nella direzione giusta.
È un po’ quello che successe quando lottavamo per
l’ottenimento di una Legge – severa – per il controllo della produzione e
dell’esportazione di armi: un approccio radicale avrebbe portato a dire che ‘le
armi non si controllano. Non devono essere prodotte. E basta!’…”.
Ma esistono le armi solo per la difesa? di
C. Cefaloni
“Caro Emilio, a febbraio, durante un seminario
organizzato nella provincia di Roma da Controllarmi, il presidente nazionale
delle Acli ha ripetuto la tesi tradizionale, definita dalla commissione
‘Justitia et Pax’ del 1994, sul principio di sufficienza: è legittimo costruire
armi solo per la difesa. D’altra parte anche tu, nell’intervista a ‘Solidarietà
internazionale’, sostieni che ‘bisogna continuare a lottare perché si
costruiscano solo armi di difesa e mai di offesa’. In quella sede del seminario
ho chiesto ad un altro relatore del convegno, il segretario generale della
associazione industrie per l’Aerospazio e i sistemi di difesa Carlo Festucci, di
commentare questa tesi della sola difesa, che sembra una regola astratta
impossibile da attuare quando si costruisce del materiale bellico. Festucci, che
proviene con orgoglio dal sindacato Fiom, non ha avuto remora alcuna nel
denunciare e palesare il suo fastidio per il moralismo inconcludente di chi fa
teoria senza nessuna adesione alla realtà. È noto infatti che il limite tra
offesa e difesa è molto labile, tanto da essere quasi inesistente…”.
Armi made in Italy di G. Beretta
“La cosiddetta ‘Industria della Difesa’ italiana -
secondo i dati del Sipri – registra un triplice record: nel 2006 ha visto
salire l’export di armi a 860 milioni di dollari e raggiungere il settimo posto
tra i maggiori esportatori mondiali; l’azienda militare italiana per eccellenza:
Finmeccanica. Nel 2005 ha raggiunto oltre 9,8 miliardi di dollari di
vendite, con un incremento del 37,5% rispetto all’anno precedente e portano la
holding italiana – controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – a
salire al settimo posto nella graduatoria delle principali ditte mondiali
produttrici di armi; le autorizzazioni all’esportazione rilasciate dal
Ministero degli Esteri nel 2006 superano i 2,1 miliardi di euro, con un
incremento di oltre il 61% rispetto all’anno precedente.
Una vera manna per l’industria nazionale delle armi
trainata da Finmeccanica e non pochi grattacapi per il Governo Prodi che, nel
suo programma, si era impegnato ‘ad un controllo più stringente
sull’esportazione di armi’. Non tutto – ad onor del vero – è farina del suo
sacco…
… Nel clima generale di festa brindano anche le
banche che, sempre nel 2006, si sono viste autorizzate operazioni di incassi
relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro – altra cifra
record dell’ultimo ventennio – con relativi ‘compensi di intermediazione’ per
oltre 32,6 milioni di euro…”.
No del Molin
“Continua la mobilitazione contro la costruzione di
una nuova base militare americana a Vicenza. Di fronte all’atteggiamento
‘neutrale’, per non dire pilatesco, degli organismi ecclesiali, un gruppo di
sacerdoti, ha consegnato al commissario del governo questo documento. Crediamo
possa rappresentare un invito alla riflessione per tutti. Soprattutto per chi si
dice discepolo di Gesù di Nazareth.
Chi siamo? Un gruppo di preti con una storia
fatta di nonviolenza, di annuncio evangelico in favore della pace e della
giustizia (alcuni provenienti dall’esperienza dei preti operai e della pastorale
del lavoro, altri dal mondo dell’emarginazione e della missione nel terzo
mondo, la maggior parte immersi nella vita quotidiana delle nostre
parrocchie). La città di Vicenza ha, a questo riguardo, una lunga storia legata
a fatti concreti, come la prima legge che riconosceva, nel 1972, l’obiezione di
coscienza al servizio militare, frutto di una manifestazione svoltasi nella
nostra piazza dei Signori, con esiti cruenti, il 13 maggio 1972, o come la
nascita dei ‘Beati i costruttori di pace’, movimento ecclesiale costituitosi
proprio qui da noi, nel 1984. L’annuncio profetico della pace e della
nonviolenza è il cuore della nostra fede, la cui sorgente è il nostro Signore
Gesù Cristo che, per fedeltà fino alla fine, ha dato la sua vita.
In questo momento storico, per il futuro della
nostra città non possiamo tacere, sia per fedeltà alla nostra fede, ma anche per
due pericoli che avvertiamo incombere sulle nostre comunità…”.
L'INTERVISTA
Incontro con Ron - I legni e l'acqua
a cura di Nicola Perrone
Lo incontro, prima di un suo
concerto. Fuori la ressa delle persone. Tutto è pronto. Fra poco avrò modo di
ascoltarlo in uno spettacolo che parla al cuore, che scatena le emozioni. Ron (Rosalino
Cellamare) ha fatto della sua arte un luogo di impegno e di solidarietà.
Da quando ha iniziato la sua
carriera 37 anni fa, non si è più fermato. Sempre in cammino, alla ricerca di
nuove cose, di nuove sensazioni, di nuove motivazioni e di nuovi perché.
Poi l'incontro, attraverso un
amico che si ammala di sclerosi laterale amiotrofica, con una malattia
neurodegenerativa, con la disabilità. Mi dice: ‘Finché la disabilità non ci
tocca da vicino siamo sempre pronti a chiudere occhi e orecchi’.
Nel 2006 Ron torna a Sanremo,
a dieci anni dalla vittoria con ‘Vorrei incontrarti tra cent'anni’ in coppia con
Tosca. Ne nasce un progetto che ha aspetti sociali e umani solidali. Il
cantautore ha destinato tutti i proventi ricavati per il brano inedito
presentato a Sanremo, ‘L'uomo delle stelle’, e quelli dell'album corrispondente,
‘Ma quando dici amore’, all'AISLA, l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale
Amiotrofica onlus, impegnata nella lotta contro questa malattia.
Ron, forse basta un incontro.
Un amico che si ammala...
Non sapevo neanche che
esistesse questa malattia. Fino a quando un mio amico carissimo non mi ha detto
che aveva scoperto di essere affetto da sclerosi laterale amiotrofica. Una
malattia terribile che ha cambiato la sua vita e quella della sua famiglia. Ma
che ha cambiato anche me. Sai, io penso che nella vita tutto sia scritto.
Quell'incontro mi ha segnato. Allora ho deciso di “esserci”.
Ho pensato che la musica fosse
ancora una volta un mezzo meraviglioso. Certo non fa guarire le persone, non è
ancora taumaturgica. Ma sicuramente quando è fatta bene ha un valore.
Ho pensato di fare un disco di
duetti e devolvere il ricavato all’Aisla. Ho chiamato altri artisti come Renato
Zero, Claudio Baglioni, Jovanotti, Lucio Dalla, Loredana Bertè, Luca Carboni,
Samuele Bersani, Carmen Consoli, Elisa, Raf, Tosca, Angunn, Nicky Nicolai e
Stefano Di Battista, Mario Lavezzi.
C’è stata molta disponibilità
da parte di tutti. Sono venuti tutti nel mio studio di registrazione a Garlasco.
Abbiamo registrato un cd e girato un video con Mario Melazzini e Renato Zero.
Non ci crederesti: con un disco così e con questi nomi non abbiamo trovato una
casa discografica.
Immagino la delusione.
Confesso che ci sono rimasto
molto male. In questo momento le grandi multinazionali discografiche sono tutte
uguali. Cercano solo di sopravvivere. Sono troppe e vendono poco. I dischi sono
troppo cari. Chi può permettersi di comprare un cd che costa 20 euro? Poi c’è
internet da dove puoi scaricare la musica gratuitamente. Stanno licenziando
personale. Tutte cose vere. Ma se una casa discografica non ha più nessun
interesse ad editare un disco come questo, allora si rischia di essere alla
frutta. C'è anche la gratuità. Anche l'immagine. Certo, un'operazione come
questa non dà sicuramente guadagni immediati. Ma permette di fare una cosa che
ha valore, che è utile. Comunque non c'è stato niente da fare. Ci ha aiutati il
Corriere della Sera che ha veicolato il cd. In due settimane, il disco ha fatto
100mila copie. Un ottimo risultato di questi tempi.
Facciamo un passo indietro.
Chi è Ron? Come hai cominciato?
Fin da piccolo ho frequentato
lezioni di canto. La mia maestra di allora, Adele Bartoli, ha intuito che avevo
talento musicale, e mi ha suggerito di partecipare ad alcuni concorsi canori che
hanno dato buoni risultati. Ho cominciato 37 anni fa, nel 1970. Avevo 16 anni e
mezzo e andavo a scuola. Facevo concorsi per voci nuove. Fino a quando, un
giorno la casa discografica Rca ha telefonato a casa mia. Io ero a scuola e fu
mia madre a ricevere la telefonata. Mi chiamò subito a scuola: ‘Vogliono che
vada a Sanremo’. Pensa cosa può significare per un ragazzino che abita nella
campagna pavese e che ha sognato questa cosa fin da quando aveva otto anni. Sono
arrivato a Roma con mio padre, per incontrare – mi avevano detto – un
personaggio che doveva farmi ascoltare una canzone. Non sapevo chi fosse. Ci
portarono in uno studio bellissimo e ci dissero di aspettare. Ma il tempo
passava e non arrivava nessuno. Dopo un paio di ore arrivò un blocco di gesso
praticamente portato da quattro persone. Una vera e propria statua. Lo
depositarono davanti a me. Si vedeva solo la faccia. Era Lucio Dalla, ingessato
perché aveva avuto un incidente. Mi fece ascoltare un brano bellissimo che avrei
dovuto cantare con Sandy Show, la cantante scalza. Ero contentissimo. Ma la
canzone venne esclusa dal Festival. Un sogno infranto. Cantai comunque a
Sanremo, con Nada, un altro brano: “Pa’ diglielo a ma’ ”. Ma il pezzo escluso
fu, in seguito, un grande successo: “Occhi di ragazza”, cantata da Gianni
Morandi.
Gli inizi di una lunga
carriera. Sempre, mi pare, puntellata da attenzione ai problemi sociali. Come
quando hai cantato ‘Il gigante e la
bambina’.
Un testo difficile. Sia per il tema trattato, la
violenza sui minori e lo stupro, sia per il momento storico-sociale in cui si
collocava. È l'anno della mia prima partecipazione a ‘Un disco per l'estate’.
Paola Pallottino, l’autrice, aveva preso lo spunto da una notizia uscita sui
giornali nel 1968. Fino ad allora di queste cose non si parlava. Certe cose non
si potevano dire. La canzone venne censurata perché si trattava dello stupro di
una bambina. Paola Pallottino aveva usato un linguaggio molto poetico anche se
descriveva un evento così violento. Fummo costretti a cambiare la strofa in cui
si parlava della violenza. Il testo originale diceva: “Ma il gigante adesso è
in piedi con la sua spada d’amore e piangendo taglia il fiore prima che sia
calpestato”. La sostituimmo così: “Ma nessuno può svegliarli da quel
sonno così lieve il gigante è una montagna la bambina la sua neve”. Adesso
si dice ben altro. Troppo spesso anche strumentalizzando e spettacolarizzando i
fatti, in una rincorsa senza fine all'ultimo scandalo. Non sono d'accordo.
Hai fatto anche l'attore.
Ricordo ‘L'Agnese va a morire’.
Siamo nel 1974. Stavo vivendo
un momento molto buio della mia carriera. La mia casa discografica aveva deciso
di farmi presentare per una settimana nel Teatro Tenda a Roma uno spettacolo con
i cantanti famosi della Rca. Ma io non cantavo. Una sera, quasi per caso,
Vittorio De Sisti mi chiese se ero disposto a recitare. Così dal 1974 al 1979 ho
interrotto momentaneamente l'attività di cantautore per dedicarmi ad esperienze
cinematografiche. Ho interpretato diverse pellicole: Lezioni private (1975,
regia Vittorio De Sisti), L'Agnese va a morire (1976, regia di Giuliano Montaldo),
In nome del papa re (1977, regia di Luigi Magni), Turi e i paladini e Mascagni
(1978, regia di Aldo Lado). Nell’Agnese va a morire facevo il partigiano. Allora
era molto più semplice passare dalla canzone al cinema o ai fotoromanzi. Dopo
nessuno più mi chiamò per fare un film: si vede che il mio talento è la musica.
Torniamo all'attualità. Lo
scorso anno sei tornato a Sanremo e qui hai parlato della sclerosi laterale
amiotrofica. Una cosa insolita.
Sì, sono andato a Sanremo, con
la canzone “L’uomo delle stelle”. Ho chiesto a Panariello di poter dire perché
ero lì. Per la prima volta sul palco è avvenuta una cosa che dovrebbe esserci
sempre nelle trasmissioni Tv, sono riuscito a parlare della sclerosi laterale
amiotrofica. Dopo Sanremo la mia casa discografica, la Sony, ha deciso di far
uscire il disco nei negozi. Non è stato distribuito bene, come tutti i dischi
italiani. Ma non bisogna arrendersi. Penso sempre che il mio amico malato
continua cocciutamente ad andare avanti in modo spietato e straordinario allo
stesso tempo. Con le sue forze, non scoraggiandosi, riuscendo a smuovere le
montagne. Io, nel mio piccolo, voglio continuare ad esserci. Continuo così a
fare il testimonial dell’Aisla.
Qual è per te il ruolo della
musica, della canzone, della poesia in questa società?
Nella realtà sociale attuale
sta perdendo valore la poesia, la musica, la qualità, tutto quello che non è
riconducibile al business. Per cui chi ha ancora la passione di scrivere
canzoni, di fare dei progetti, perché ha dentro qualcosa, è in difficoltà, ma
non si deve rinunciare. Per esempio tre anni fa ho fatto un disco ispirato a un
libro di Robert Schneider che si chiama “Le voci nel mondo”. Mentre leggevo
questo libro non potevo fare a meno di mettere le mani sul pianoforte o sulla
chitarra. Ne è nato un disco che sembra la colonna sonora di quella storia.
Credo sia il più bel disco che abbia fatto, ma non è stato un successo. È
difficile far sapere al pubblico che stai facendo un disco. Sai, una casa
discografica non fa troppe distinzioni. Alla fine tutto cade addosso a te. Io
sono fortunato perché sono un cantante popolare, e posso andare in televisione
spesso. Poi ci sono le radio, che adesso dettano legge. Io comunque sento molta
più energia oggi rispetto a qualche anno fa. La gente ha voglia delle cose
belle, di ascoltare la musica fatta bene, di ascoltare nuove cose. È il momento
di farsi venire in mente idee e progetti nuovi. Per questo adesso sta uscendo in
questi giorni un dvd.
So che nel dvd è presente
anche una tua nuova canzone, la canzone dell’Acqua. Come e perché è nata?
La canzone dell’Acqua è nata
perché mi avevano chiesto una canzone per Giorgia. Renzo Zenobi, cantautore
romano, mi ha mandato un testo. Mi sono messo al pianoforte a scrivere, a
comporre. Senza pensare. Quando la canzone è finita, sono andato in studio, le
ho dato un ritmo, ed è venuta fuori una cosa nuova, bella, fresca, come l’acqua.
La canzone dell’acqua parla
del desiderio di un amore pulito. Di essere toccati da qualcosa che ci renda
freschi puliti e trasparenti come l’acqua, come l’acqua di un battesimo. Io l’ho
trovata un’idea molto bella, l’ho musicata ed è nata questa canzone che esce
insieme al dvd. È il primo dvd della mia vita. Con un’orchestra sinfonica.
Insieme alla canzone
sull’Acqua ci sono anche le canzoni che hanno segnato la mai vita musicale e
non, arrangiate sapientemente dal maestro Oliviero Lacagnina. Si sente suonare
l’orchestra in modo classico, non c’è batteria, ci sono gli archi che “zompano”,
e quando canti sei in mezzo a una nuvola di sonorità di “legni” – mi piace
pensare all’acqua insieme ai “legni” – ed è un piacere ricantare le proprie
canzoni in quel modo. Cambia tutto, saltano fuori emozioni nuove e diverse. È
una cosa bella e unica.
Senti, Ron, come nasce una
canzone?
In modo totalmente libero.
Ascoltando molta musica. Io sono un pigro, faccio molta fatica a scrivere
canzoni. Sono un personaggio abbastanza anomalo in Italia. Credo che la gente
capisca cosa c’è dentro le mie canzoni. Probabilmente le vesto a volte in modo
un po’ troppo raffinato.
Un'ultima domanda: cosa è per
te la vita?
Io credo che ognuno di noi si
porti dentro una chiamata. Una sorta di vocazione che parte da dentro il proprio
essere. Dal profondo di se stessi. Così ognuno di noi è particolare. Unico.
Credo davvero di essere nato per la musica. Questo lo sento ogni volta che salgo
sul palco. In quei momenti provo una gioia che non riesco a trovare nella mia
vita di tutti i giorni. Mi sento più utile, mi fa “sentire” vivo, profondamente
vivo. Per me questa è la droga più bella che ci possa essere. Vorrei che tutti
quelli che fanno uso di sostanze nocive potessero provare per un istante un
momento di gioia che deriva dal realizzare il proprio talento, il motivo del
proprio essere al mondo. Sono un uomo molto fortunato. (ufficiostampa@cipsi.it)
LA BACHECA
a cura di
Tiziana Miglino
Appuntamenti
GENITORI & FIGLI –
SIAMO APERTI IL MARTEDì
REXPÓ: SPAZIO EUROMEDITERRANEO DELLE RESPONSABILITÀ SOCIALI”, COSENZA 25 – 28
OTTOBRE 2007
Notizie
ALTRA ECONOMIA
RASSICURA FERRARELLE CHE LA DIFFIDA
Festival
IX EDIZIONE
FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE ABILITÀ DIFFERENTI “Almeno un Tu nell’universo”
Carpi e Modena, 9 - 14 maggio 2007
Libri
UNA NUOVA
NARRAZIONE DEL MONDO, DI RICCARDO PETRELLA, ED. EMI, PAGG. 190, € 10,00
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PELLE”, DI ANDREA MALOCCHI ED. DELL’ARCO PAGG. 175, € 6,90
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ALL’EDUCAZIONE ALLA PACE, A CURA DI GUIDO BARBERA ED. EMI, PAGG. 190, € 14,00
Corsi
CORSO
EUROMEDITERRANEO DI GIORNALISMO AMBIENTALE (1 OTTOBRE – 1 DICEMBRE 2007), LAURA
CONTI
IMMIGRAZIONE E SVILUPPO SOCIALE: UN POLO UNIVERSITARIO ALL’ANGELICUM
PAGINA 44
Storie musulmane
Ahmet,
direttore scolastico
di Michele
Zanzucchi
“Privat Demirel
College. Così è scritto
a caratteri cubitali su un lungo palazzone rosso e bianco che sta al di là del
fiume, di fronte al mio hotel, troppo europeo e troppo perfetto, il Metechi
Palace. È una delle istituzioni legate alla galassia nata da Fetullah Gülen,
sufi turco, di cui pochi conoscono estensione e profondità: 8 milioni di
discepoli, in maggioranza turchi, aperti al dialogo con le altre religioni pur
essendo profondamente musulmani. E laici. Si tratta di istituzioni scolastiche
che hanno come scopo il dialogo tra culture, civiltà e religioni. La
testimonianza è il primo vero metodo educativo, mentre il resto è fatto di buon
senso e di stretti rapporti tra insegnanti e allievi.
208 sono gli studenti del
Demirel College, dai sei ai tredici anni. Vengono da tutte le regioni della
Georgia per frequentare le sei classi del college. Vengono ammessi ogni
anno sessanta candidati con una rigorosissima selezione, che avviene in una
dozzina di città georgiane, tra più di 4 mila bambini e bambine. Tutti
cristiani, mentre i professori sono dieci turchi e musulmani e diciotto
georgiani e cristiani. La religione, tuttavia, non è materia d’insegnamento,
come in nessuna scuola georgiana. Si vive d’amore e d’accordo, e con competenza
professionale, se è vero che i candidati al college aumentano di
continuo...”.