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IL NOBEL VERDE

A soli tre anni dal Nobel per la pace alla keniana Wangari Maathai torna prepotentemente come centrale il tema ambientale. È la volta di Al Gore e del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici dell’Onu. Che dire? Certo il problema ambientale è sempre più drammatico e vitale in questo mondo che ha assunto come legge fondamentale la ricerca del profitto ad ogni costo. Abbiamo elaborato un modello di sviluppo basato esclusivamente sulla crescita economica. Abbiamo creduto, sulla scia di un pensiero filosofico che intende la scienza e il sapere come potere, di avere in mano il mondo. Di poterlo gestire a nostro piacere, senza capirlo, senza dialogare con lui. “Conoscere è uguale a potere” sentenziava il filosofo Bacone, uno dei padri del pensiero scientifico. Potere dell’uomo sulla natura, potere dell’uomo sulle cose, potere dell’uomo sull’altro uomo. Ci si faceva guidare da una lettura unilaterale della Bibbia, là dove, dopo la creazione dell’uomo Dio gli comanda di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Senza ricordare che a fianco di questo comando, la stessa Genesi dice che Dio aveva posto l’uomo in un

bellissimo giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. Non è stato, si badi bene, un incidente di percorso. È stato il risultato di una scelta, di un pensiero, di un modo di intendere la vita, l’economia, le relazioni. Quello stesso modo che sta alla base del pensiero liberista e dei processi di globalizzazione. La terra, oggi, ci pone prepotentemente la domanda non di qualche piccolo aggiustamento, ma di una revisione globale del pensiero stesso su cui si basano economia, politica, convivenza umana.

Certo, servono anche alcuni aggiustamenti. Serve limitare le emissioni di gas, serve arrivare a rispettare gli accordi di Kyoto, che, secondo quanto affermato dal Comitato per i cambiamenti climatici, oggi è ormai obsoleto e deve essere rivisto. Serve cominciare a fare la raccolta differenziata dei rifiuti, limitarsi nell’uso dell’acqua, rispettare un po’ di più le materie prime non rinnovabili. Tutte cose necessarie, ma non sufficienti. Perché sono troppe le contraddizioni che fanno da contorno al problema ambientale. Prima fra tutte quella tra ricchi e poveri. Quanto consuma di più un europeo o un americano di un africano o di un contadino dell’Asia? E come faranno gli abitanti dell’Africa centrale ad avere un minimo di energia per vivere, senza dover bruciare le foreste che sono il polmone dell’umanità? È possibile arrivare ad un mondo “ecologicamente corretto” senza rivedere i modelli di consumo? Si può immaginare di risolvere il dramma ambientale senza cambiare le relazioni economiche? Sono tutte domande che spesso i cosiddetti ecologisti non si pongono. Si fanno le domeniche senza auto senza mettere in dubbio l’uso dell’auto. Ci si batte per la raccolta differenziata dei rifiuti, senza mettere in crisi la creazione dei rifiuti stessi e i modelli di consumo da cui nascono. Intanto, in gran parte del mondo, i poveri più poveri, non possono neanche permettersi il lusso di essere ecologisti, costretti come sono a dover cercare ogni mezzo per sopravvivere.

Diciamoci la verità, ben venga questo Premio Nobel. Al Gore si è certo speso per l’ambiente. Così come il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici. Senza tuttavia mettere in discussione il modello e il pensiero che sta alla base della distruzione della natura. Per questo ci piaceva di più il premio dato tre anni fa a una donna del Kenia che, senza fare tanto chiasso, ha preso le parti dei contadini e, con una piccola associazione è riuscita a piantare trenta milioni di alberi in Africa.


 

 PAGINE DI DIARIO                        

 

di Gianni Caligaris

“Il caleidoscopio della politica internazionale continua a tenerci sulle spine con la sua incessante evoluzione di scenari, mai uguali al prima, quasi mai utili a prefigurare il dopo. È drammaticamente fluida la situazione in Myanmar; mentre chiudo questo pezzo ascolto la preghiera bitonale dei monaci tibetani alla Rocca di Assisi e penso a quelli birmani, e prima ancora a quelli vietnamiti. Quasi per contrappeso, assaporo i segnali di distensione fra le due Coree; la guerra che sancì l’attuale situazione costò circa 3 milioni di vite, metà delle quali civili, e finì senza vincitori né vinti intorno al 38° parallelo. Non me la ricordo, cominciò esattamente un mese prima della mia nascita, e ciò dà la misura di quanto lunga sia la situazione critica di quella terra, misteriosamente mai esplosa neppure mentre la sua tragedia si ripeteva con impressionanti analogie, tranne l’epilogo, in Vietnam. Infine il Pakistan, dove proprio ieri Musharraf è stato rieletto presidente, con una nomina sub condicione in attesa del responso della Corte Suprema e negoziata con la parte più importante dell’opposizione, quella guidata da Benazir Bhutto, a suo tempo condannata per corruzione. Per l’Occidente è una situazione (non la prima) imbarazzante. Il governo pakistano è tutto meno che democratico, Musharraf accentra il comando politico e quello militare, gli scontri sono all’ordine del giorno, le espressioni del fondamentalismo islamico sono represse sanguinosamente.

Eppure quel governo urticante è il tappo su un vaso di Pandora che tutela l’Occidente dal dilagare incontrollato del peggiore Islam. Se salta quello, tutto il calderone islamico dell’Asia (Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, parte dell’India, forse la Malesia e via fino alle Filippine) diventerebbe un crogiuolo incontrollabile e ribollente senza nessuna speranza di spazio per l’Islam moderato. Democrazia o sicurezza?...”.


 

LE RUBRICHE

 

La città conviviale

Colpire i lavavetri per lavarsi la coscienza?

di Antonio Nanni

È proprio questo il sospetto che abbiamo: che si colpiscano i lavavetri al semaforo, o i campi rom, o i graffitari che imbrattano le città, o la coppia gay che si bacia davanti al Colosseo... per dare l’impressione di ripristinare un certo ordine pubblico ma sostanzialmente per lavarsi la coscienza.

Non basta infatti una politica punitiva per governare le nostre città ed educare al senso civico. Bisognerebbe domandarsi per quale ragione anche sindaci di sinistra, come Zanonato a Padova o Cofferati a Bologna, abbiano fatto costruire un muro per separare un pezzo di città, oppure abbiano ritirato la delibera che autorizzava la costruzione di una moschea.

Ci viene da pensare che una delle cause per cui stiamo attraversando un’ondata di pericolosa anti-politica nel nostro Paese sia la totale mancanza di uomini politici dotati di visione profetica e capaci di compiere gesti coraggiosi e carichi di futuro. Pensiamo, ad esempio, che nella Firenze di ieri Giorgio La Pira avrebbe forse trovato parole e gesti più eloquenti per dare un messaggio positivo sul piano della cultura civica e dell’etica pubblica.

In questi giorni è il problema dei lavavetri e l’ordinanza della giunta Domenici di Firenze che ha sollevato un polverone sul delicato tema della sicurezza nelle nostre città…”.

  

Le facce della luna

Le acque della vita

di Giancarla Codrignani

“Se partiamo da argomentazioni di donne, dobbiamo partire dalla nascita. Tutti, uomini e donne, vengono al mondo dopo un'esperienza segreta nell'acqua misteriosa del ventre di una donna. Senza quella vita acquatica materna non si diventa terrestri e, se la donna ‘perde le acque’ anzitempo, il parto può diventare ancor più traumatico di quello che è. Afrodite, divinità tutelare di tutte le forme vitali - l'amore, la primavera, la riproduzione - nasce dalla fecondità dell'acqua. Per il primo filosofo, Talete, l'acqua è all'origine di tutto: le conchiglie fossili testimoniano che, anche dove oggi è terra, c'era l'acqua. Dire acqua è dire vita. Vita più femminile che maschile, se è vero che entrambi i generi hanno bisogno del liquido essenziale del sangue, ma l'uomo è pronto a versarlo per la patria, la vendetta, la follia.

Per questo l'acqua non è solo un alimento di consumo necessario, ma è elemento di valore in sé. Se fossimo rimasti pagani e politeisti, avremmo riconosciuto il divino in ogni fiume e ogni sorgente e avremmo reso onore devoto alla divinità che li abitava. Forse non avremmo contaminato le acque con i materiali chimici di scarico che potevano disturbare le naiadi. Ma anche per il nostro monoteismo è Dio che ha diviso le terre dalle acque per consegnare ogni cosa ‘da dominare’ ad Adamo ed Eva, dice l'antica traduzione, per significare ‘di cui essere responsabili’…”.

  

Agnelli e lupi

Il giudice dell'Amazzonia

di Tonio Dell’Olio

Sueli Pereira Pini è una donna giudice brasiliana che si è inventata una ‘giustizia itinerante’. Da dieci anni infatti raggiunge i villaggi più sperduti della regione di Amapà, nell’Amazzonia brasiliana, con un barcone trasformato in un vero e proprio tribunale galleggiante. ‘La giustizia è tale solo se arriva a tutti’ – dice Sueli. Ma come raggiungere le popolazioni sparse nella foresta, infinitamente lontane dai centri abitati e dai tribunali? ‘Se le persone non possono cercare la giustizia, la giustizia dovrà andare loro incontro’. Semplice no? Il Tribunale, che riceve le popolazioni fluviali dell’Arcipelago di Bailique (185 km per via fluviale dalla capitale Macapà), è un barcone a due piani. Dentro una sala per le udienze, computers, stampanti, fax al servizio di intere popolazioni che non potrebbero altrimenti raggiungere una città per chiedere giustizia a fronte di una prepotenza o per un torto subito. E non si limita a questo…”.

 

Sviluppo meridiano. Con occhi e cuore di Sud

Una scienza per la vita

di Giuliana Martirani

“Uno sviluppo che si realizzi con occhi e cuori di Sud significa passare ad un nuovo modello di scienza, per liberare tutta l’umanità dalle malattie e non solo quelli che possono permettersi di avere e di pagare medici e medicine. Una scienza insomma non al servizio della guerra, del denaro, del successo, della morte, ma una scienza al servizio della vita e del bene comune: una scienza col grembiule. È necessario trasformare questo pensiero meridiano della scienza col grembiule in stile di vita meridiano. E raggiungere il tanto decantato Sesto Obiettivo del Millennio e cioè: combattere l’Hiv/Aids, la tubercolosi, la malaria e le altre malattie.

Uno sviluppo che si realizzi con occhi e cuori di Sud significa anche passare ad un nuovo modello di scienza adatto a salvare la vita del pianeta e ad assicurare la sostenibilità ambientale (Settimo Obiettivo del Millennio). Tale obiettivo è rivolto alla conservazione e al diritto per tutti quei beni comuni universali, oggi fortemente minacciati, quali l’acqua, l’aria, la terra e l’energia”.


 

 LE OPINIONI

 

Sui diritti umani nessuno sconto, per nessuno

R. Petrella

“La marcia della pace perugina Assisi, a conclusione della 7a Assemblea dell’Onu dei Popoli, si è svolta a Perugia all’insegna di ‘Tutti i diritti umani per tutti’.

Molte sono state le testimonianze emozionanti di violazione massiccia dei diritti e di lotte di resistenza e di liberazione, dal Myanmar alla Sierra Leone, dal Messico all’Irak, dalla Palestina all’Afghanistan. Si é anche parlato, ma poco in proporzione agli altri continenti, delle violazioni dei diritti umani e dell’ostracismo crescente verso i poveri, gli immigrati, i Rom, gli ‘altri’, nei paesi del “Nord”. Eppure la situazione dei diritti umani si è seriamente degradata in Belgio (la Fiandra del Vlaamse Belang), in Danimarca, nella ‘nuova’ Francia di Sarkozy, nell’Italia dei sindaci che criminalizzano i lavavetri, negli Stati Uniti di Bush, nell’Unione europea che vuole aprire tutte le frontiere alla libera circolazione delle merci e dei capitali ma vuole chiuderle ai movimenti delle persone.

Nel documento di base dell’Assemblea v’é un’affermazione forte e giusta: ‘sui diritti umani non si fanno, non si possono fare sconti per nessuno”. La marcia avrà probabilmente una ‘portata politica’ ancor più significativa qualora, in applicazione di tale affermazione, essa si concludesse con una dichiarazione finale breve ma forte, in particolare su tre cose…”.


 

 LA COPERTINA

                            

L’Italia nel pallone

La rivolta del Quarto Stato

La nuova maggioranza non paga le tasse, chiude il cancello automatico, se la prende con i lavavetri, invoca i sindaci sceriffi, ancora meglio se di sinistra.

di M. Damilano

 

“Qualche mese fa un importante politico di sinistra, intervistato dal ‘Corriere della Sera’ a proposito delle scalate bancarie e dell’attivismo di alcuni leader del partito erede del Pci, se ne uscì con un’affermazione sorprendente: «Molti si sono scandalizzati perché i politici parlano con banchieri e imprenditori. Ma con chi dovremmo parlare? Con gli straccioni?».

Una domanda non retorica. Anche perché, per combinazione, lo stesso giorno si celebrava il centenario della morte di Giuseppe Pellizza da Volpedo, il pittore che aveva dipinto alla fine dell’Ottocento il Quarto Stato, il quadro simbolo del movimento socialista: una grande massa di lavoratori, uomini, donne e bambini, che avanzava con dignità e con forza, inesorabilmente, con la certezza che avrebbe spazzato via le teste coronate, gli imperatori e i papi, i parlamentari eletti per censo. Erano gli straccioni che avrebbero preso il potere, gli umili che avrebbero conquistato il mondo di cui ha parlato Luigi Pintor in ‘Servabo’.

 

Il nuovo Quarto Stato

È passato più di un secolo, e oggi il Quarto Stato che preme alle porte ha cambiato volto. Nelle società occidentali sono i precari, i non garantiti, i flessibili, gli invisibili. Nel resto del mondo sono l’ottanta per cento dell’umanità senza diritti, neppure quello alla sopravvivenza.

In Italia, nell’Italia nel pallone, l’Italia della politica che vive al telefono, dove tutti parlano con tutti, tutti negoziano con tutti, la destra con la sinistra, gli anti-capitalisti con i capitalisti, i cattolici con i laici, il nuovo Quarto Stato assume le sembianze ambigue della rabbia del cittadino comune contro la politica, la casta che si è impossessata delle risorse pubbliche e le utilizza a fini privati. Una rabbia che si esprime in modo leggero, attraverso i bits di un sito internet, o pesante, con le manifestazioni di piazza e i gruppi sul territorio. Il movimento che si raccoglie nel segno di Beppe Grillo sta percorrendo entrambe le strade, con successo…”.


 

 LE COSE

 

Le cose del mondo

 

Camerun: incontro con Frate Gioacchino Catanzaro

Le loro prigioni di P. Bizzarri

L’essere umano perde ogni diritto: è costretto a dormire per terra perché un materasso è concesso solo a chi se lo può pagare. È obbligato a vivere in condizioni igieniche terribili, con la conseguenza che ben presto la sua salute psico-fisica peggiora inesorabilmente.

“Gioacchino Catanzaro, frate cappuccino, vive e lavora in Camerun. Nato in Eritrea, ad Asmara, da padre italiano e madre eritrea. È in Camerun dal 2000. E subito gli è stata assegnata l’attività nelle prigioni. La sua giornata è intensa e dedicata ai più emarginati della società: i detenuti. «Solidarietà internazionale» l’ha intervistato perché Fra Gioacchino non può tacere. Le condizioni disumane in cui vivono i detenuti delle prigioni di Bamenda e di Bafoussam devono essere note anche fuori dalle mura carcerarie e arrivare in Europa, in Italia. Dove è possibile impegnarsi per dare una speranza a chi, privato della libertà, tutti i giorni lotta per sopravvive a fame, scabbia e soprusi.

Ci vuole descrivere la prigione centrale di Bamenda?

Il carcere di Bamenda risale al periodo coloniale, venne costruito dai tedeschi circa un secolo fa. Versa in uno stato deplorevole. Mi sono attivato per denunciare questa situazione anche con il Vescovo. A Bamenda giungono tutte le persone accusate di aver commesso qualche reato. La persona arrestata viene reclusa immediatamente nell’Awaiting trail, vale a dire lo spazio dedicato a chi è in attesa di giudizio. Ecco, qui l’essere umano perde ogni diritto: è costretto a dormire per terra perché un materasso è concesso solo a chi se lo può pagare. È obbligato a vivere in condizioni igieniche terribili, con la conseguenza che ben presto la sua salute psico-fisica peggiora inesorabilmente…”.

  

Kazakistan: dopo la visita di Prodi

Il “nero” e il “verde” di L. Manes

Una missione internazionale di Ong, a cui ha partecipato anche l’italiana Crbm, ha riscontrato che sia a Kashagan, che soprattutto nelle altre località dove è stato già estratto il petrolio di cui è ricco il sottosuolo kazako, gli impatti ambientali sono tremendi.

“Tengiz, Kashagan, Bautino. Nomi esotici, di cui nessuno in Italia ha mai sentito parlare. A meno che non lavori all’Eni, oppure sia un avido lettore delle pagine economiche dei giornali. Eppure queste tre località del Kazakistan, ex repubblica russa bagnata dal Mar Caspio ora retta dal presidente-dittatore Nursultan Nazarbayev, sono tre cruciali avamposti per l’industria dell’oro nero. A Kashagan è stato scoperto il più grande giacimento non ancora sfruttato dell’ultimo decennio. Le compagnie petrolifere occidentali, già molto attive in quell’area, sono accorse in massa, attirate dal miraggio rappresentato da circa sette miliardi di barili di petrolio. Il consorzio formatosi per lo sfruttamento delle riserve offshore di Kashagan, l’Agip KCO, annovera l’Eni, la Total, l’Exxon Mobil, la Shell (tutte con quote del 18,52%) e la locale KazMunaiGaz (a cui rimane l’8,33%). La compagnia italiana, unica vera multinazionale del nostro Paese e con tanto di 30% di azioni ancora in mano pubblica, è l’operatrice unica del progetto. Ovvero è responsabile per le attività di estrazione. Impresa ardua, se non quasi impossibile, a meno di mettere in conto devastazioni socioambientali senza precedenti…”.

 

Assemblea costituente in Ecuador

Il movimento indigeno al bivio di C. Colombi

La riforma più difficile riguarda il modello economico. Quale alternativa abbiamo al neoliberismo? Non possiamo pensare di abolire la proprietà privata, ma questa può essere uno strumento di sviluppo dal basso. Credo in un sistema intermedio tra Stato e mercato, dove la popolazione sia direttamente proprietaria dei mezzi di produzione. Parla Luis Maldonado.

“Il 30 settembre 2007 in Ecuador è stata eletta l’Assemblea Costituente per realizzare la ventesima riforma costituzionale dalla sua indipendenza. Si tratta di una delle principali promesse elettorali del nuovo presidente Correa: avvicinare lo Stato ai cittadini e rinnovare la classe dirigente. Una sfida difficile per i 128 delegati (100 provinciali, 22 nazionali e 6 dei migranti), nell’apice della “rivoluzione civile” che ha portato la sinistra al governo.

La spinta al rinnovamento in Ecuador venne data alla fine degli anni ’80 dall’insorgere dei popoli indigeni, con la lotta per la terra prima, e la nascita del loro movimento politico poi. Oggi però, proprio quando l’Assemblea dell’Onu approva la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni, sono proprio loro ad uscire dalla scena politica in Ecuador: contano pochi rappresentanti in parlamento e ancor meno delegati alla Costituente.

Ricostruiamo le cause di questa trasformazione con Luis Maldonado, presidente della Escuela de Gobierno y Politicas Publicas…”.

  

La Cina verso le Olimpiadi

Anche Dio è in gioco di E. Asciutti

La libertà religiosa, se pure riconosciuta formalmente, soffre ancora di limitazioni. Pechino è consapevole che il radicamento religioso possa facilitare dei movimenti di secessione all’interno. Pertanto l’autonomia concessa è costretta a rimanere confinata alla carta.

 

“La libertà religiosa in Cina è una cosa abbastanza delicata. Sono infatti note le violazioni perpetrate in Tibet contro monaci e suore buddisti, gli attacchi contro i membri del Falungong, le difficoltà a svolgere i propri riti incontrate da molti cattolici fedeli della Chiesa di Roma. Altrettanto note sono poi le storie degli attivisti che, nel tentativo di far emergere queste violazioni, subiscono atti di repressione da parte del governo cinese.

L’avvicinarsi del grande evento sportivo, le Olimpiadi di Pechino, fissate per l’agosto 2008, fornisce un’occasione per analizzare un po’ più da vicino il complesso mondo cinese, sfruttando il riflettore che in questo la comunità internazionale ha puntato sulla Cina.

In molti paesi asiatici il posto della politica è ‘sconfinante’. È una situazione diversa da ciò che succede in Italia, ad esempio, dove la Chiesa cattolica ha una forte ingerenza sulla vita politica del nostro paese. Per i politici asiatici, spesso, la religione diventa uno strumento per avvicinarsi a Dio e quindi auto-legittimarsi agli occhi dei cittadini. Ciò rivela la scarsità del progetto di secolarizzazione...”.

 

Le cose di casa

 

Lettera aperta alla sen. Merlin

Quando la politica cerca scorciatoie di M. Da Pra Pocchiesa

Oggi le prostitute sono in maggior parte donne migranti. Le accomuna l’essere irregolari e sfruttate. E anche molto ricercate perché più deboli, più accondiscendenti, perché non discutono ciò che si chiede a differenza delle italiane.

“Cara senatrice Merlin, non so cosa stia facendo nel misterioso mondo in cui è giunta, ma mi piace pensarla affaccendata, certamente in Paradiso, ad ascoltare persone, a organizzare dibattiti, a tutelare gli interessi dei soggetti, anche lassù, più deboli. Tra di loro, certamente, tutte le vittime della

tratta degli esseri umani e le donne prostituite e prostitute.

Non so se segue quello che avviene in Italia da anni, e negli ultimi anni in particolare. Provo ad aggiornarla. Dalla legge che ha preso il suo nome, nel 1958, molte cose sono cambiate, sia nel mondo della prostituzione che della politica. All’inizio, dopo la chiusura delle case di tolleranza grazie alla ‘sua’ legge, molte di loro si sono riversate nelle strade perché non era facile trovare lavoro. Si ricorderà le proteste in alcune città: le raccolte di firme per ‘pulire le strade’… ieri come oggi. Ma allora, grazie alla ‘sua’ legge che non schedava più le donne, che puniva lo sfruttamento e prevedeva un aiuto a coloro che lasciavano la strada, molte cose sono cambiate. Progressivamente le donne che si prostituivano sono diventate sempre meno, anche grazie al fatto che per le donne sono aumentati i posti di lavoro e hanno potuto scegliere anche lavori migliori.

Di quelle migliaia di donne per molti anni ci si è quasi dimenticati. Le poche rimaste lo facevano per scelta, per lo più in casa, senza sfruttatore e poco altro. La sua legge si è rivelata

una delle disposizioni più geniali promulgate dal nostro Parlamento. Ha saputo tutelare la dignità delle donne; ha relegato lo scambio nella sfera personale tra persone adulte, e nel contempo non l’ha definito un lavoro come un altro; ha previsto la punibilità dello sfruttamento e dell’esercizio della prostituzione con un minore. Insomma: ha previsto tutto e per questo, ancora oggi, come donna e come donna che lavora nel sociale, a fianco di molte donne che si prostituiscono, non posso che ringraziarla…”.

  

Il Forum dei Movimenti sull’acqua

400.000 firme per una nuova legge di P. Bizzarri

È il momento dell'impegno politico. Il governo deve mantenere la promessa: garantire pubblica proprietà e gestione dell'acqua. In attesa del Forum sociale mondiale di Belem e di quello sull'acqua di Istanbul.

“L’acqua è un bene naturale e un diritto umano universale. La disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile sono garantiti in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona».

Comincia così la proposta di legge d’iniziativa popolare volta alla ‘tutela, governo e gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico’ sorta dalla mobilitazione del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Con semplicità, chiarezza e densità di valori umani, politici ed economici.

Gli stessi intenti alla base dell’Assemblea Nazionale del Forum Movimenti per l’Acqua che, sabato 8 settembre, ha riunito a Milano tutti i suoi componenti con lo scopo di disegnare il percorso dei prossimi mesi.

Per gli uomini e le donne del Forum Movimenti per l’Acqua, il traguardo estivo di 400.000 firme depositate in Parlamento per una legge d’iniziativa popolare ed ottenute con la campagna «Acqua pubblica, ci metto la firma» rappresenta solo l’inizio di una strada lunga e, così è stata definita dagli stessi, ‘rivoluzionaria’. E, in un mondo che avanza – o forse, indietreggia – su modelli di crescita economica basati quasi esclusivamente su consumo e profitto, diventa davvero rivoluzionario chi afferma e opera perché un bene vitale all’umanità non venga ridotto

a merce…”.

 

Le cose e le cose

 

Il Cesvitem compie 20 anni

L’amicizia e la solidarietà di L. Arici

Tutti ci conosciamo, i nostri sostenitori hanno dei volti ben precisi, non siamo un’associazione anonima, la rete di sostegno che è venuta a crearsi nasce davvero da una rete di rapporti e di conoscenza.

“Il Centro Sviluppo Terzo Mondo – Ce.Svi.Te.M.- ha vent’anni: una storia e un cammino di gruppo, fatto di esperienze condivise e di relazioni. Li racconta Simone Naletto, presidente storico e fondatore della Ong miranese che, per l’occasione, si lascia scoprire, con il tono simpatico che lo caratterizza. Simone e altri fondarono il Cesvitem nel 1985, staccandosi da un

piccolo gruppo missionario per cercare una nuova forma di solidarietà, quella della cooperazione, del partenariato, dei rapporti con i rappresentanti delle realtà locali.

Come ha avuto inizio la vostra attività?

Ride e risponde: dovrei mandarti il discorso del ventennale. Facevamo parte di un gruppo missionario, operavamo nell’ambito dell’emergenza, inviavamo pacchi di viveri e taniche in container per il Mozambico. Siamo nati seguendo il fervore dell’associazionismo che caratterizzava gli anni ottanta. Informalmente nel 1985, ma fu costituita ufficialmente nel 1987. La nostra idea era quella di iniziare a lavorare in modo organizzato, volevamo andare oltre l’assistenzialismo, volevamo ‘costruire’ qualcosa che permettesse di parlare di sviluppo autentico della società locale che avevamo a cuore: allora era la realtà mozambicana.

Eravamo consapevoli che noi avremmo dato solo un piccolo contributo per un mondo migliore.

I primi tempi furono dedicati alla formazione delle persone del nostro gruppo, per capire come partecipare al mondo della cooperazione e delle Ong…”.

  

L’incontro con Mons. Soldari, vescovo di Cochabamba

L’acqua fresca della Bolivia di C. Carici e M. Iob

Dopo l'elezione alla presidenza di Evo Morales, il paese sta vivendo una profonda trasformazione. Avviato sulla strada della ricerca di una democrazia dal basso, del recupero di dignità delle culture autoctone e del controllo pubblico dei beni comuni.

“Ha passato esattamente metà della sua vita in Bolivia, Mons. Tito Solari, da quando - 34 anni fa, nel lontano 1966 - è partito dal Friuli alla volta di quella che diventerà la sua terra d’adozione, in Sudamerica. E oggi, a 68 anni, è arcivescovo dell’arcidiocesi di Cochabamba, quarta città del paese con oltre 500.000 abitanti. Una storia che Mons. Solari ha sempre vissuto con un impegno in prima linea, in favore dei poveri, diventandone ben presto uno dei protagonisti indiscussi, come testimonia il ruolo a difesa dell’acqua bene comune e contro la privatizzazione della risorsa idrica voluta dal governo, ma anche l’importante azione di mediazione svolta per evitare repressioni violente come quelle accadute a Cochabamba nell’aprile del 2000 e conosciute in tutto il mondo come ‘la guerra dell’acqua’.

Oggi, però, sotto la guida del primo ‘presidente indio’ Evo Morales, che ha dimostrato che è possibile una rivoluzione sociale e politica con i voti e non con i proiettili e che all’inizio dell’anno è stato candidato al Nobel per la Pace, la Bolivia è un paese in profonda e incessante trasformazione, inevitabilmente avviata sulla strada della ‘democrazia dal basso, del recupero di dignità delle culture autoctone, del controllo pubblico sui beni comuni’. E proprio da un ritratto dei principali cambiamenti della Bolivia di oggi iniziamo la nostra chiacchierata con Mons. Tito Solari, al termine dell’incontro pubblico con i tanti amici e sostenitori della Bolivia presenti a Udine, dove è rientrato per alcuni giorni, e promosso dal CEVI…”.

  

Lettera dal Guatemala

La casa de los amigos di G. Lutte

Dall'esclusione dell'indigenza alla gioia della condivisione: questo il percorso che ha ridato dignità e gioia di vivere a Mynor.

“Le parole ‘commercio equo e solidale’ si usano sempre più spesso in Italia, insieme agli aggettivi ‘etico’ ed ‘equo’. Il commercio equo, nato in Olan­da negli anni ‘50, è approdato in Italia alla fine degli anni ‘80 e si è sviluppato in modo esponenziale fino a qualche tempo fa, portando il numero delle Botteghe del mondo, i punti vendita al dettaglio dei prodotti equosolidale, luoghi di ri­trovo e di discussione delle istanze di giustizia equosolidale, da poche decine a diverse centinaia. Questa espansione, ci dicono i sociologi, è stata possibile grazie ad una nicchia di consumatori già predisposti ad un consumo equo­solidale, che attendeva solo di potersi attivare nella scelta di consumo critico e solidale attraverso una Bottega del mondo vicina a casa.

Della nicchia di consumatori già sen­sibilizzati, così come dei primi attivisti del movimento del commercio equo, una buona fetta era costituita da ex volontari rientrati da quelli che allora si definivano Pvs (paesi in via di sviluppo) e che oggi chiameremmo ‘impoveriti’. La capillare presenza, negli anni ‘90, di giovani e meno giovani che partivano per coopera­re con le popolazioni lontane e che, al loro ritorno, volevano continuare a mantenere un legame concreto con la gente che avevano conosciuto, ha permesso alle nascenti Botteghe del mondo e centrali di importazione di sviluppare contatti con gruppi, cooperative, associazioni di produttori africane, latinoamericane e asiatiche. In questo modo il commercio equo si è sviluppato in Italia per anni in modo originale...”.

   

Il settimo convegno di Chiama l’Africa

L’Africa è davvero in piedi

Già nel tredicesimo secolo, l'impero del Mali guidato da Soundiata, aveva una carta dei diritti umani. Recuperare la memoria per recuperare la propria dignità. Proposta una rete della società civile. “ ‘Non si può vivere con la memoria degli altri’. L’aveva capito così bene lo storico burkinabè Joseph Ki-Zerbo da dedicare la sua vita allo studio della storia africana, fino al dicembre scorso, quando ha lasciato questa terra, regalandoci ben otto volumi della prima storia africana scritta ‘Il mondo africano nero’, pietra miliare della storiografia nera. Sua moglie, Jacqueline, era ad Ancona in occasione del VII convegno internazionale di ‘Chiama l’Africa’, (28-30 settembre), organizzato insieme al Cipsi e alla Provincia di Ancona, sul tema ‘Dalle radici al futuro’. Insieme a tanti altri africani, impegnati in vari settori, ha dato vita ad un’edizione particolare del convegno, in cui ha trovato spazio un’emergenza africana inedita, poco studiata. Gli organizzatori la spiegano così: «Abbiamo condannato per secoli l’Africa a non avere storia e poi le abbiamo imposto la nostra. Se ha un bisogno più degli altri è nella richiesta di essere riconosciuta nella sua dignità». ‘La colonizzazione è stata la negazione della storia africana’, ha detto nel suo intervento Djibril Tamsir Niane, storico guineano… Storia e presente si sono intrecciati continuamente in queste giornate di studio in cui si sono alternate tante testimonianze da diversi paesi…”.


 

 XXI SECOLO

 

I diritti della carta

di Guido Barbera

60 anni fa entrava in vigore la Costituzione italiana, che porta principi e riconosce diritti estremamente attuali. Ma i fatti dicono che spesso i diritti sono solo “di carta”.

 

“Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione Italiana. Fra poco ne celebreremo i 60 anni. Anche se segnata da qualche ruga, dovuta all’evoluzione della storia, ancora oggi non possiamo rimanere indifferenti alla sua attualità, e quasi del tutto sconosciuta. Corriamo forse il rischio di conservarne testo e principi come reliquia preziosa, bella cosa scritta sulla carta, ma inattuabile.

Quando la Costituzione ci parla del diritto al lavoro, il nostro pensiero corre alla massa enorme di disoccupati; quando ci parla di diritto alla salute, il nostro pensiero corre spontaneo al disastro dei nostri ospedali e agli interessi economici che ne caratterizzano scelte e gestione.

Quando la Costituzione parla del diritto all’istruzione, il nostro pensiero corre alle scuole e ai nostri figli, con le deficienze croniche, i disagi, le incapacità ad incidere nell’educazione e formazione delle nuove generazioni.

Costituzione tradita o Costituzione inattuata? Certamente un documento di straordinaria vitalità al quale ogni cittadino, ma soprattutto ogni politico e governante, dovrebbe ispirarsi per costruire la ‘civiltà italiana’.

60 anni, come la Carta dei Diritti Umani, della quale la Costituzione riprende e sottolinea molti punti.

Una Carta tradita nella sua sostanza nel momento in cui, nel 2000, le Nazioni Unite hanno approvato gli Obiettivi del Millennio, negazione dei diritti universali di ogni cittadino. Non vi siete mai chiesti perché la miseria è in crescita e le persone misere sono sempre più misere, mentre i ricchi sono sempre più ricchi?…”.


 

 IL DOSSIER

 

Il terribile canto delle armi a cura di Eugenio Melandri

 

Operai, lasciate le fabbriche di armi!

Tutti insieme in un solo giorno,

queste fucine di morte:

insieme provvederemo giustamente alla paga,

lasciatele a un giorno convenuto,

tutti gli operai del mondo insieme.

E scendete sulle piazze, tutti gli operai,

a un ordine da voi convenuto.

E andate sotto le “Case bianche”,

di tutte le capitali

e urlate tutti insieme, operai d’ogni specie,

questa sola parola: non vogliamo

più armi, non facciamo più armi!

Solo questo urlate insieme

nel cuore di tutte le capitali.

E poi vediamo cosa succede.

Per salvarci non c’è altro ormai.

Allora sarete voi i veri salvatori;

operai, fate questo

e vivrete. E vivremo.

E sarete invincibili.

David Maria Turoldo

“Salmodia contro le armi”

 

“Questo carteggio nasce dall’intervista fatta nel maggio di quest’anno a Emilio Lonati, della Fimnm Cisl. In un passaggio di questa intervista, Lonati diceva: «Resta ancora difficile nella nostra società coniugare il diritto alla pace con il diritto al lavoro. Simone Weill scriveva: “Sarebbe bello poter lasciare l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita. Ma non si può. L’anima la si porta con sé in officina. E non è possibile farla tacere”. Questa è, in fondo, la nostra contraddizione, ma anche una sfida continua che non possiamo ignorare. Oggi, infatti, credo che se vogliano costruire un mondo multipolare e contrastare l’egemonia militare degli Stati Uniti, anche l’Europa debba avere un suo sistema di difesa». Qualche giorno dopo, giungeva alla redazione questa breve lettera di Carlo Cefaloni: «Caro Eugenio, ho letto la bella intervista a Lonati. Vera e profonda come sempre. Certo, quella nota sulla necessità della industria europea in competizione con gli Usa, mi preoccupa non poco. Tutti questi sacrifici. L’eroismo di Elio Pagani e compagni e poi arrivare a queste conclusioni?».

Ne è nato il carteggio che pubblichiamo. Di seguito facciamo il punto sulla campagna contro le banche armate, sulla mobilitazione contro la nuova base americana a Vicenza e sulla campagna per un futuro senza atomiche. In una poesia sulla seconda guerra mondiale, David Maria Turoldo scriveva: ‘Abbiamo tutti cantato / almeno una volta / i canti della morte’...”.

 

Non sono un pacifista pentito di E. Lonati

“Caro Carlo, cercherò di rispondere alla tua stimolante osservazione in maniera un po’ più articolata rispetto a quanto non mi abbia potuto consentire di fare il mio stringato passaggio, a riguardo, sull’intervista da te citata.

Innanzitutto non sono un pacifista “pentito”; ero, sono e rimarrò amico e sostenitore di Elio Pagani e “compagni” e delle loro eroiche battaglie (alcune delle quali combattute assieme).

Credo però che la conquista di un mondo senza armi e in pace sia un percorso – oltre che faticoso – lungo e fatto “a piccoli passi”, purché siano nella direzione giusta.

È un po’ quello che successe quando lottavamo per l’ottenimento di una Legge – severa – per il controllo della produzione e dell’esportazione di armi: un approccio radicale avrebbe portato a dire che ‘le armi non si controllano. Non devono essere prodotte. E basta!’…”.

 

Ma esistono le armi solo per la difesa? di C. Cefaloni

“Caro Emilio, a febbraio, durante un seminario organizzato nella provincia di Roma da Controllarmi, il presidente nazionale delle Acli ha ripetuto la tesi tradizionale, definita dalla commissione ‘Justitia et Pax’ del 1994, sul principio di sufficienza: è legittimo costruire armi solo per la difesa. D’altra parte anche tu, nell’intervista a ‘Solidarietà internazionale’, sostieni che ‘bisogna continuare a lottare perché si costruiscano solo armi di difesa e mai di offesa’. In quella sede del seminario ho chiesto ad un altro relatore del convegno, il segretario generale della associazione industrie per l’Aerospazio e i sistemi di difesa Carlo Festucci, di commentare questa tesi della sola difesa, che sembra una regola astratta impossibile da attuare quando si costruisce del materiale bellico. Festucci, che proviene con orgoglio dal sindacato Fiom, non ha avuto remora alcuna nel denunciare e palesare il suo fastidio per il moralismo inconcludente di chi fa teoria senza nessuna adesione alla realtà. È noto infatti che il limite tra offesa e difesa è molto labile, tanto da essere quasi inesistente…”.

 

Armi made in Italy di G. Beretta

“La cosiddetta ‘Industria della Difesa’ italiana - secondo i dati del Sipri – registra un triplice record: nel 2006 ha visto salire l’export di armi a 860 milioni di dollari e raggiungere il settimo posto tra i maggiori esportatori mondiali; l’azienda militare italiana per eccellenza: Finmeccanica. Nel 2005 ha raggiunto oltre 9,8 miliardi di dollari di vendite, con un incremento del 37,5% rispetto all’anno precedente e portano la holding italiana – controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – a salire al settimo posto nella graduatoria delle principali ditte mondiali produttrici di armi; le autorizzazioni all’esportazione rilasciate dal Ministero degli Esteri nel 2006 superano i 2,1 miliardi di euro, con un incremento di oltre il 61% rispetto all’anno precedente.

Una vera manna per l’industria nazionale delle armi trainata da Finmeccanica e non pochi grattacapi per il Governo Prodi che, nel suo programma, si era impegnato ‘ad un controllo più stringente sull’esportazione di armi’. Non tutto – ad onor del vero – è farina del suo sacco…

… Nel clima generale di festa brindano anche le banche che, sempre nel 2006, si sono viste autorizzate operazioni di incassi relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro – altra cifra record dell’ultimo ventennio – con relativi ‘compensi di intermediazione’ per oltre 32,6 milioni di euro…”.

 

No del Molin

“Continua la mobilitazione contro la costruzione di una nuova base militare americana a Vicenza. Di fronte all’atteggiamento ‘neutrale’, per non dire pilatesco, degli organismi ecclesiali, un gruppo di sacerdoti, ha consegnato al commissario del governo questo documento. Crediamo possa rappresentare un invito alla riflessione per tutti. Soprattutto per chi si dice discepolo di Gesù di Nazareth.

Chi siamo? Un gruppo di preti con una storia fatta di nonviolenza, di annuncio evangelico in favore della pace e della giustizia (alcuni provenienti dall’esperienza dei preti operai e della pastorale del lavoro, altri dal mondo dell’emarginazione e della missione nel terzo mondo, la maggior parte immersi nella vita quotidiana delle nostre parrocchie). La città di Vicenza ha, a questo riguardo, una lunga storia legata a fatti concreti, come la prima legge che riconosceva, nel 1972, l’obiezione di coscienza al servizio militare, frutto di una manifestazione svoltasi nella nostra piazza dei Signori, con esiti cruenti, il 13 maggio 1972, o come la nascita dei ‘Beati i costruttori di pace’, movimento ecclesiale costituitosi proprio qui da noi, nel 1984. L’annuncio profetico della pace e della nonviolenza è il cuore della nostra fede, la cui sorgente è il nostro Signore Gesù Cristo che, per fedeltà fino alla fine, ha dato la sua vita.

In questo momento storico, per il futuro della nostra città non possiamo tacere, sia per fedeltà alla nostra fede, ma anche per due pericoli che avvertiamo incombere sulle nostre comunità…”.


 L'INTERVISTA

                        

Incontro con Ron - I legni e l'acqua

a cura di Nicola Perrone

 

Lo incontro, prima di un suo concerto. Fuori la ressa delle persone. Tutto è pronto. Fra poco avrò modo di ascoltarlo in uno spettacolo che parla al cuore, che scatena le emozioni. Ron (Rosalino Cellamare) ha fatto della sua arte un luogo di impegno e di solidarietà.

Da quando ha iniziato la sua carriera 37 anni fa, non si è più fermato. Sempre in cammino, alla ricerca di nuove cose, di nuove sensazioni, di nuove motivazioni e di nuovi perché.

Poi l'incontro, attraverso un amico che si ammala di sclerosi laterale amiotrofica, con una malattia neurodegenerativa, con la disabilità. Mi dice: ‘Finché la disabilità non ci tocca da vicino siamo sempre pronti a chiudere occhi e orecchi’.

Nel 2006 Ron torna a Sanremo, a dieci anni dalla vittoria con ‘Vorrei incontrarti tra cent'anni’ in coppia con Tosca. Ne nasce un progetto che ha aspetti sociali e umani solidali. Il cantautore ha destinato tutti i proventi ricavati per il brano inedito presentato a Sanremo, ‘L'uomo delle stelle’, e quelli dell'album corrispondente, ‘Ma quando dici amore’, all'AISLA, l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica onlus, impegnata nella lotta contro questa malattia.

 

Ron, forse basta un incontro. Un amico che si ammala...

Non sapevo neanche che esistesse questa malattia. Fino a quando un mio amico carissimo non mi ha detto che aveva scoperto di essere affetto da sclerosi laterale amiotrofica. Una malattia terribile che ha cambiato la sua vita e quella della sua famiglia. Ma che ha cambiato anche me. Sai, io penso che nella vita tutto sia scritto. Quell'incontro mi ha segnato. Allora ho deciso di “esserci”.

Ho pensato che la musica fosse ancora una volta un mezzo meraviglioso. Certo non fa guarire le persone, non è ancora taumaturgica. Ma sicuramente quando è fatta bene ha un valore.

Ho pensato di fare un disco di duetti e devolvere il ricavato all’Aisla. Ho chiamato altri artisti come Renato Zero, Claudio Baglioni, Jovanotti, Lucio Dalla, Loredana Bertè, Luca Carboni, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Elisa, Raf, Tosca, Angunn, Nicky Nicolai e Stefano Di Battista, Mario Lavezzi.

C’è stata molta disponibilità da parte di tutti. Sono venuti tutti nel mio studio di registrazione a Garlasco. Abbiamo registrato un cd e girato un video con Mario Melazzini e Renato Zero. Non ci crederesti: con un disco così e con questi nomi non abbiamo trovato una casa discografica.

 

Immagino la delusione.

Confesso che ci sono rimasto molto male. In questo momento le grandi multinazionali discografiche sono tutte uguali. Cercano solo di sopravvivere. Sono troppe e vendono poco. I dischi sono troppo cari. Chi può permettersi di comprare un cd che costa 20 euro? Poi c’è internet da dove puoi scaricare la musica gratuitamente. Stanno licenziando personale. Tutte cose vere. Ma se una casa discografica non ha più nessun interesse ad editare un disco come questo, allora si rischia di essere alla frutta. C'è anche la gratuità. Anche l'immagine. Certo, un'operazione come questa non dà sicuramente guadagni immediati. Ma permette di fare una cosa che ha valore, che è utile. Comunque non c'è stato niente da fare. Ci ha aiutati il Corriere della Sera che ha veicolato il cd. In due settimane, il disco ha fatto 100mila copie. Un ottimo risultato di questi tempi.

 

Facciamo un passo indietro. Chi è Ron? Come hai cominciato?

Fin da piccolo ho frequentato lezioni di canto. La mia maestra di allora, Adele Bartoli, ha intuito che avevo talento musicale, e mi ha suggerito di partecipare ad alcuni concorsi canori che hanno dato buoni risultati. Ho cominciato 37 anni fa, nel 1970. Avevo 16 anni e mezzo e andavo a scuola. Facevo concorsi per voci nuove. Fino a quando, un giorno la casa discografica Rca ha telefonato a casa mia. Io ero a scuola e fu mia madre a ricevere la telefonata. Mi chiamò subito a scuola: ‘Vogliono che vada a Sanremo’. Pensa cosa può significare per un ragazzino che abita nella campagna pavese e che ha sognato questa cosa fin da quando aveva otto anni. Sono arrivato a Roma con mio padre, per incontrare – mi avevano detto – un personaggio che doveva farmi ascoltare una canzone. Non sapevo chi fosse. Ci portarono in uno studio bellissimo e ci dissero di aspettare. Ma il tempo passava e non arrivava nessuno. Dopo un paio di ore arrivò un blocco di gesso praticamente portato da quattro persone. Una vera e propria statua. Lo depositarono davanti a me. Si vedeva solo la faccia. Era Lucio Dalla, ingessato perché aveva avuto un incidente. Mi fece ascoltare un brano bellissimo che avrei dovuto cantare con Sandy Show, la cantante scalza. Ero contentissimo. Ma la canzone venne esclusa dal Festival. Un sogno infranto. Cantai comunque a Sanremo, con Nada, un altro brano: “Pa’ diglielo a ma’ ”. Ma il pezzo escluso fu, in seguito, un grande successo: “Occhi di ragazza”, cantata da Gianni Morandi.

 

Gli inizi di una lunga carriera. Sempre, mi pare, puntellata da attenzione ai problemi sociali. Come quando hai cantato ‘Il gigante e la

bambina’.

Un testo difficile. Sia per il tema trattato, la violenza sui minori e lo stupro, sia per il momento storico-sociale in cui si collocava. È l'anno della mia prima partecipazione a ‘Un disco per l'estate’. Paola Pallottino, l’autrice, aveva preso lo spunto da una notizia uscita sui giornali nel 1968. Fino ad allora di queste cose non si parlava. Certe cose non si potevano dire. La canzone venne censurata perché si trattava dello stupro di una bambina. Paola Pallottino aveva usato un linguaggio molto poetico anche se descriveva un evento così violento. Fummo costretti a cambiare la strofa in cui si parlava della violenza. Il testo originale diceva: “Ma il gigante adesso è in piedi con la sua spada d’amore e piangendo taglia il fiore prima che sia calpestato”. La sostituimmo così: “Ma nessuno può svegliarli da quel sonno così lieve il gigante è una montagna la bambina la sua neve”. Adesso si dice ben altro. Troppo spesso anche strumentalizzando e spettacolarizzando i fatti, in una rincorsa senza fine all'ultimo scandalo. Non sono d'accordo.

 

Hai fatto anche l'attore. Ricordo ‘L'Agnese va a morire’.

Siamo nel 1974. Stavo vivendo un momento molto buio della mia carriera. La mia casa discografica aveva deciso di farmi presentare per una settimana nel Teatro Tenda a Roma uno spettacolo con i cantanti famosi della Rca. Ma io non cantavo. Una sera, quasi per caso, Vittorio De Sisti mi chiese se ero disposto a recitare. Così dal 1974 al 1979 ho interrotto momentaneamente l'attività di cantautore per dedicarmi ad esperienze cinematografiche. Ho interpretato diverse pellicole: Lezioni private (1975, regia Vittorio De Sisti), L'Agnese va a morire (1976, regia di Giuliano Montaldo), In nome del papa re (1977, regia di Luigi Magni), Turi e i paladini e Mascagni (1978, regia di Aldo Lado). Nell’Agnese va a morire facevo il partigiano. Allora era molto più semplice passare dalla canzone al cinema o ai fotoromanzi. Dopo nessuno più mi chiamò per fare un film: si vede che il mio talento è la musica.

 

Torniamo all'attualità. Lo scorso anno sei tornato a Sanremo e qui hai parlato della sclerosi laterale amiotrofica. Una cosa insolita.

Sì, sono andato a Sanremo, con la canzone “L’uomo delle stelle”. Ho chiesto a Panariello di poter dire perché ero lì. Per la prima volta sul palco è avvenuta una cosa che dovrebbe esserci sempre nelle trasmissioni Tv, sono riuscito a parlare della sclerosi laterale amiotrofica. Dopo Sanremo la mia casa discografica, la Sony, ha deciso di far uscire il disco nei negozi. Non è stato distribuito bene, come tutti i dischi italiani. Ma non bisogna arrendersi. Penso sempre che il mio amico malato continua cocciutamente ad andare avanti in modo spietato e straordinario allo stesso tempo. Con le sue forze, non scoraggiandosi, riuscendo a smuovere le montagne. Io, nel mio piccolo, voglio continuare ad esserci. Continuo così a fare il testimonial dell’Aisla.

 

Qual è per te il ruolo della musica, della canzone, della poesia in questa società?

Nella realtà sociale attuale sta perdendo valore la poesia, la musica, la qualità, tutto quello che non è riconducibile al business. Per cui chi ha ancora la passione di scrivere canzoni, di fare dei progetti, perché ha dentro qualcosa, è in difficoltà, ma non si deve rinunciare. Per esempio tre anni fa ho fatto un disco ispirato a un libro di Robert Schneider che si chiama “Le voci nel mondo”. Mentre leggevo questo libro non potevo fare a meno di mettere le mani sul pianoforte o sulla chitarra. Ne è nato un disco che sembra la colonna sonora di quella storia. Credo sia il più bel disco che abbia fatto, ma non è stato un successo. È difficile far sapere al pubblico che stai facendo un disco. Sai, una casa discografica non fa troppe distinzioni. Alla fine tutto cade addosso a te. Io sono fortunato perché sono un cantante popolare, e posso andare in televisione spesso. Poi ci sono le radio, che adesso dettano legge. Io comunque sento molta più energia oggi rispetto a qualche anno fa. La gente ha voglia delle cose belle, di ascoltare la musica fatta bene, di ascoltare nuove cose. È il momento di farsi venire in mente idee e progetti nuovi. Per questo adesso sta uscendo in questi giorni un dvd.

 

So che nel dvd è presente anche una tua nuova canzone, la canzone dell’Acqua. Come e perché è nata?

La canzone dell’Acqua è nata perché mi avevano chiesto una canzone per Giorgia. Renzo Zenobi, cantautore romano, mi ha mandato un testo. Mi sono messo al pianoforte a scrivere, a comporre. Senza pensare. Quando la canzone è finita, sono andato in studio, le ho dato un ritmo, ed è venuta fuori una cosa nuova, bella, fresca, come l’acqua.

La canzone dell’acqua parla del desiderio di un amore pulito. Di essere toccati da qualcosa che ci renda freschi puliti e trasparenti come l’acqua, come l’acqua di un battesimo. Io l’ho trovata un’idea molto bella, l’ho musicata ed è nata questa canzone che esce insieme al dvd. È il primo dvd della mia vita. Con un’orchestra sinfonica.

Insieme alla canzone sull’Acqua ci sono anche le canzoni che hanno segnato la mai vita musicale e non, arrangiate sapientemente dal maestro Oliviero Lacagnina. Si sente suonare l’orchestra in modo classico, non c’è batteria, ci sono gli archi che “zompano”, e quando canti sei in mezzo a una nuvola di sonorità di “legni” – mi piace pensare all’acqua insieme ai “legni” – ed è un piacere ricantare le proprie canzoni in quel modo. Cambia tutto, saltano fuori emozioni nuove e diverse. È una cosa bella e unica.

 

Senti, Ron, come nasce una canzone?

In modo totalmente libero. Ascoltando molta musica. Io sono un pigro, faccio molta fatica a scrivere canzoni. Sono un personaggio abbastanza anomalo in Italia. Credo che la gente capisca cosa c’è dentro le mie canzoni. Probabilmente le vesto a volte in modo un po’ troppo raffinato.

 

Un'ultima domanda: cosa è per te la vita?

Io credo che ognuno di noi si porti dentro una chiamata. Una sorta di vocazione che parte da dentro il proprio essere. Dal profondo di se stessi. Così ognuno di noi è particolare. Unico. Credo davvero di essere nato per la musica. Questo lo sento ogni volta che salgo sul palco. In quei momenti provo una gioia che non riesco a trovare nella mia vita di tutti i giorni. Mi sento più utile, mi fa “sentire” vivo, profondamente vivo. Per me questa è la droga più bella che ci possa essere. Vorrei che tutti quelli che fanno uso di sostanze nocive potessero provare per un istante un momento di gioia che deriva dal realizzare il proprio talento, il motivo del proprio essere al mondo. Sono un uomo molto fortunato. (ufficiostampa@cipsi.it)


 

 LA BACHECA

                         

a cura di Tiziana Miglino

 

Appuntamenti

GENITORI & FIGLI – SIAMO APERTI IL MARTEDì

REXPÓ: SPAZIO EUROMEDITERRANEO DELLE RESPONSABILITÀ SOCIALI”, COSENZA 25 – 28 OTTOBRE 2007

 

Notizie

ALTRA ECONOMIA RASSICURA FERRARELLE CHE LA DIFFIDA

 

Festival

IX EDIZIONE FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE ABILITÀ DIFFERENTI “Almeno un Tu nell’universo” Carpi e Modena, 9 - 14 maggio 2007

 

Libri

UNA NUOVA NARRAZIONE DEL MONDO, DI RICCARDO PETRELLA, ED. EMI, PAGG. 190, € 10,00

OBRONÌ “SENZA PELLE”, DI ANDREA MALOCCHI ED. DELL’ARCO PAGG. 175, € 6,90

PEDAGOGIA INTERCULTURALE E SOLIDARIETÀ GLOBALE DALLA RELAZIONE UMANA ALL’EDUCAZIONE ALLA PACE, A CURA DI GUIDO BARBERA ED. EMI, PAGG. 190, € 14,00

 

Corsi

CORSO EUROMEDITERRANEO DI GIORNALISMO AMBIENTALE (1 OTTOBRE – 1 DICEMBRE 2007), LAURA CONTI

IMMIGRAZIONE E SVILUPPO SOCIALE: UN POLO UNIVERSITARIO ALL’ANGELICUM


 

 PAGINA 44

 

Storie musulmane

Ahmet, direttore scolastico

di Michele Zanzucchi

 

“Privat Demirel College. Così è scritto a caratteri cubitali su un lungo palazzone rosso e bianco che sta al di là del fiume, di fronte al mio hotel, troppo europeo e troppo perfetto, il Metechi Palace. È una delle istituzioni legate alla galassia nata da Fetullah Gülen, sufi turco, di cui pochi conoscono estensione e profondità: 8 milioni di discepoli, in maggioranza turchi, aperti al dialogo con le altre religioni pur essendo profondamente musulmani. E laici. Si tratta di istituzioni scolastiche che hanno come scopo il dialogo tra culture, civiltà e religioni. La testimonianza è il primo vero metodo educativo, mentre il resto è fatto di buon senso e di stretti rapporti tra insegnanti e allievi.

208 sono gli studenti del Demirel College, dai sei ai tredici anni. Vengono da tutte le regioni della Georgia per frequentare le sei classi del college. Vengono ammessi ogni anno sessanta candidati con una rigorosissima selezione, che avviene in una dozzina di città georgiane, tra più di 4 mila bambini e bambine. Tutti cristiani, mentre i professori sono dieci turchi e musulmani e diciotto georgiani e cristiani. La religione, tuttavia, non è materia d’insegnamento, come in nessuna scuola georgiana. Si vive d’amore e d’accordo, e con competenza professionale, se è vero che i candidati al college aumentano di continuo...”.



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