Il sistema “democrazia” è in pericolo grave, nel mondo

TENTATO COLPO DI STATO NEGLI STATI UNITI, ARRESTI DITTATORIALI IN CINA

Riccardo Petrella

Il 6 gennaio, lo stesso giorno , v’è stata l’insurrezione / invasione della sede del Congresso degli Stati Uniti da parte di un migliaio di cittadini americani pro-Trump ( con cinque morti!) nel mentre in Cina il governo centrale ha arrestato 47 persone che hanno partecipato alle manifestazioni popolari di strada contro il decreto goverativo che riduce le libertà civili e politiche degli abitanti della “città-Stato” di Hong Kong.

I due eventi sono certo differenti. Ciò che è accaduto in Cina è grave e rafforza l’evidenza che la Cina non rispetta le regole della democrazia rappresentativa dei diritti civili e politici dei cittadini. Ma non rappresenta alcuna rottura con il sistema politico in voga in Cina dal 1948. Ciò che è accaduto negli Stati Uniti, al contrario, è di una estrema gravità per il divenire democratico nel mondo, e non solo per la popolazione statunitense. Si tratta di una rottura totale con la storia degli Stati Uniti.

L’accoppiamento tra i due paesi è però giustificato, almeno per due ragioni.

Anzitutto, gli Stati Uniti e la Cina sono i due paesi di gran lunga più potenti del mondo, specie sul piano economico. L’iperpotenza del primo è in declino (da qui, in parte, il successo della proclamazione trumpista “A great America again”). La potenza del secondo è in crescita continua (da qui la “tranquillità” dei suoi dirigenti sulla scena internazionale). È però molto preoccupante costatare che la democrazia sia così violentata e malmenata proprio nei due paesi da cui dipenderà in larga parte il futuro del mondo, sapendo per di più che in altri paesi, destinati a giocare un ruolo maggiore in detto futuro, quali l’India, la Russia, il Brasile in Nigeria, l’Indonesia, il Pakistan… la situazione della “società democratica” non è più incoraggiante.

In secondo luogo, tutti annunciano che allo stato delle cose, la rivalità tra le due “potenze” per l’egemonia mondiale è destinata oggettivamente ad intensificarsi (nella speranza che essa non si trasformi da “guerra economica” in guerra tout court, la distinzione netta tra le due essendo piuttosto fragile). In particolare, la maggioranza degli analisti considera che gli Stati Uniti sono e saranno “naturalmente” il paese più belligerante e aggressivo dei due, come già è evidente. La rottura registrata il 6 gennaio negli Stati Uniti getta, pertanto, una luce ancora più tenebrosa e foriera di tragedie.

La società democratica è in grave pericolo. Da qui, l’importanza della situazione americana e di tentare di rispondere ad una sola questione fondamentale: è possibile rimediare allo sconquasso prodotto dall’invasione/insurrezione e ridurre al minimo i rischi di una scivolata della società americana verso una società/economia nazional-dittatoriale armata in guerra mondiale?

Cosa fare di Trump è il primo grosso problema. Passare all’impeachment in meno di una dozzina di giorni a disposizione? Difficile ma sembra altrettanto difficile che uno Stato di diritto, democratico, non agiscca immediatamente per condannare legalmente un presidente sedizionista che ha calpestato i dettami costituzionali e rinnegato il giuramento fatto di rispettare la Costituzione. Per molti, la destituzione di Trump è un atto inevitabile. Processarlo e mandarlo in prigione dopo la fine della sua presidenza il 20 gennaio? Logico e, sembra, ancor più inevitabile qualora la destituzione si rivelasse materialmente impossibile.

Ma Trump non è il solo problema. L’insurrezione/invasione ha mostrato che il problema maggiore, forse, anche a corto termine, è rappresentato dall’esistenza in seno alla quasi metà della popolazione votante statunitense, (i sostenitori di Trump hanno superato i 70 milioni!) di una massa importante di milioni di persone e di migliaia di organizzazioni che è pronta alla “guerra” interna. Si tratta di milioni di persone “arrabbiate” contro il sistema “democratico”, in prevalenza animate da concezioni razziste e xenofobe, da un certo fondamentalismo religioso “evangelista”, di ferventi fautori del primatismo bianco e del libero porto delle armi (molti degli invasori del Congresso erano armati). Fra esse, anche tanti esclusi, impoveriti, lasciati da parte.

 Come arginare la loro carica di odio e voglia di rivincita alimentata durante quattro anni da Trump e ripristinare in loro la fiducia negli altri e nella società dei diritti? Questo significa che la “pacificazione” di cui democratici e repubblicani parlano non può essere tradotta in una politica di “recuperazione”, ma deve condurre ad una profonda riconversione della società americana verso la giustizia sociale (gli Stati Uniti figurano in testa alla classifica dei paesi più svluppati con il più alto indice d’ineguaglianza e d’ingiustizia sociale) da realizzare concretamente, fra l’altro, subito a partire dalla lotta contro la pandemia Covid-19. Un nuovo “New Deal “forte e coerente” deve essere messo all’ordine del giorno, in concomitanza a misure efficaci, non permissive, sul piano della sicurezza interna del paese contro ogni forma di razzismo, xenofobia, classismo. Una politica molto difficile, ma essenziale affinché anche le voglie di guerra contro la Cina diminuiscano e, a medio termine, spariscano.

Salvare la democrazia (grazie alla giustizia sociale) all’interno del Paese, per contribuire a salvare il sistema democratico a livello mondiale, è fondamentale, come lo è anche per salvare la vita della Terra dal disastro ecologico totale.

Ce la farà l’équipe di Biden? Molte speranze riposano sui margini di manovra della sua vice-presidente. E, fin dove il sistema economico e finanziario americano fortemente ineguale lo lascerà fare? Non dimentichiamo che esso non ha messo nessun ostacolo, salvo rare eccezioni, alle politiche di Trump.

Bruxelles, 8 gennaio 2021

Cipsi Onlus

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