domenica, Maggio 19, 2024
Rivista Solidarietà internazionale

CODRIGNANI: SE NON MI SPIEGATE NON CI STO

a cura di Giancarla Codrignani

Siamo in guerra da un anno e rischiamo il terzo conflitto mondiale. La guerra è presente in
Congo, in Afganistan, in Siria, in Birmania, in Burkina Faso, in Iran, nella Palestina di un
Medioriente sempre più allargato, in Pakistan, nei Balcani così vicini e già provati: ovunque
rischia di degenerare. E’ arrivata in Europa, a dimostrazione che la democrazia è fragile e
può essere contagiata dall’incapacità di controllare i conflitti con le armi civili del dialogo
diplomatico preventivo. Impensabile diventare indifferenti alla minaccia nucleare per
accettazione disinformata, non più innocente.


Sono ben consapevole di che cosa significa vivere nel 2023 d.C. e avere, a 92 anni, ricordi
ben precisi di che cosa sia una guerra mondiale; e con la guerra – io non sono nessuno –
ma dico che se non ci dite quale strategia si sta perseguendo non ci sto più. Vivo in
Occidente, ne sostengo i valori e perfino le alleanze e le ragioni dell’Ucraina. Ma se i morti
civili sembrano essere meno di 10mila, quelli militari, segretati da entrambe le parti,
secondo un generale americano presente all’incontro di Ramstein del 20 gennaio,
sarebbero, per i soli russi 188mila. Altrettanto per gli ucraini? Faremo entrare oltre ai
Leopard anche l’aviazione nella guerra? in funzione difensiva? Con il parere negativo del
Pentagono? Con Stoltemberg che è andato in Estremo Oriente a vedere se il teatro del
Sudest asiatico può essere compatibile con quello ucraino?


Rischiare la terza guerra mondiale classica insieme con quella già in atto e ben definita dal
Papa? La guerra come soluzione civile e non il perseguimento della pace?
Non ci si può abbandonare a calcoli non argomentati: i vecchi sofisti insegnavano che si
può vendere come migliore la proposta peggiore. I discorsi politici e i resoconti giornalistici
finora si convincono che proseguire la guerra non peggiora la situazione: l’ha detto anche
Biden), ma gli scienziati calcolano i secondi sempre più ridotti all’orologio Armageddon.
Ripeto che non ci sto. Non mi sento così subalterna al conformismo indotto da rinunciare
alla mia intelligenza e alla mia conoscenza informata.


Non sono nemmeno così pacifista da credere che l’Onu potrebbe dichiarare il disarmo
universale, anche se farlo sarebbe nei termini del suo statuto. Purtroppo la guerra piace,
soprattutto ai maschi. Se non piacesse, non si produrrebbero montagne di armi sempre più
raffinate: oltre alle chimiche, biobatteriologiche, nucleari, di cui non si parla mai come non
esistessero, sono tante le convenzionali: leggere, pesanti, marittime, aeree e terrestri,
perfino nucleari miniaturizzate e droni; anche armi elettroniche e satellitari, scese dai
fumetti ad abitare le centrali strategiche pur di fare il peggior male possibile al “nemico”
(che dal punto di vista suo pensa lo stesso di voi e vi spara), disposti a versare il sangue
anche per patrie altrui, mentre potreste produrre effetti peggiori delle stragi, accecando
ministeri, banche, ferrovie, ospedali e procurando al nemico un caos disastroso senza
ricorrere al sangue. Invece aggiungete l’elettronica al sangue. I/le cittadini/e non possono
sentirsi disertori se rifiutano di inviare armi finché non sanno una data dell’escalation.
Sentire che la nonviolenza intelligente suggerisce altre strategie difensive non è disertare.
Altrimenti teniamoci la guerra e le sue crescenti conseguenze: l’impoverimento dell’Europa,
i danni alimentari all’Africa, la crescita della spesa militare a danno del welfare,
l’accelerazione di ricerca e produzione di sistemi d’arma più sofisticati, il rischio del
contagio con situazioni ancor più complesse che tenderebbero ad aggredire la Russia su
più fronti.


Davvero si aprirà un secondo anno di guerra senza sapere quanto durerà e quali decisioni
vengono prese nel silenzio sostanziale di chi non va oltre l’invito – amici che accusate
Putin, non ricordatemelo ancora, sono d’accordo con voi – a difendere l’Ucraina? Credo di
non essere la sola a volere una risposta previa il 24 febbraio. Ragionata, perché il paese
sappia.
Fino alla fine della prima guerra mondiale la guerra era un valore in sé: in tutti i paesi del
mondo, esisteva, impunemente, il “Ministero della guerra”. Dopo la seconda mondiale,
quando si disse mai più, tutti si adeguarono: Ministero della Difesa. La parola guerra non è
più amabile, mentre la difesa, rappresenta il desiderio di pace universale,
paradossalmente: vale finché nessuno offende, ma se c’è un’offesa, si mettono in allerta le
Forze Armate. Tra gli individui si privilegia la prudenza: se non tutti ci amano, almeno
teoricamente si suggerisce di evitare la violenza e l’individuo si difende con i tribunali.
Abele fu ucciso perché Caino era un cacciatore in conflitto con i raccoglitori stanziali; così i
fratelli divennero nemici, un’invenzione dovuta alla paura, che non giustifica l’odio. Ma la
perversione della logica amico/nemico è rimasta a livello incivile e il settore bellico non ha
mai avuto cassa integrazione.


Il 24 febbraio 2022 la Russia è entrata in territorio ucraino: tenendo conto della
sproporzione tra il paese offeso e il continente russo che dagli Urali arriva al Pacifico, forse
era il caso di chiedere immediatamente conto all’invasore delle sue intenzioni e all’Europa
di farsi mediatrice. L’attentato russo all’indipendenza ucraina è stato un’inaccettabile sfida
alla libertà comune.
Forse qualcuno riteneva la Rus

sia un paese liberale? Si è forse sfidato Putin nel 2006 in
difesa di Anna Politkovskaya e dei ceceni? È noto che Putin con lo stato di diritto non ha
molto a che vedere: dal 1999, anno della sua prima elezione (23 anni fa) continua a
governare e ha addirittura riformato la costituzione per restare al potere fino al 2036.
Potrebbe doversi dimettere? Difficile, ma potrebbe: cambierebbe qualcosa con i boiardi?
Contestualmente l’Europa, tranquilla, prelevava rifornimenti di gas e li pagava a Putin. In
Russia c’è un’opposizione: vero, ma non è nata dalla guerra ucraina e, per ora, è ben
lontana da pensarsi maggioranza.


La storia russa non è storia di poteri flessibili, neppure in campo religioso. Agli zar è
succeduto Stalin. La mancanza di quell’educazione alla libertà che precede la voglia di
democrazia era pensabile solo dall’élite che ospitava Voltaire nel ‘700, ma oggi è la
dimostrazione più evidente del fallimento comunista. Tuttavia nessuno si augura la rottura
del mosaico che, unito sotto lo zar e l’Urss, dopo Gorbaciov, costituisce la Federazione
Russa, lo Stato più grande del mondo in cui vivono entità e lingue diverse: chi va in
Tatarstan incontra russi con gli occhi a mandorla, ricordo di Gengis-Khan. Il turista trova il
McDonald russo compatibile con l’Occidente e non vede che la Russia è diversa, è Oriente,
come noi siamo Occidente. La storia è iniziata con la fine del primo imperialismo, quando
Roma non riusciva più ad amministrare le innumerevoli province e divise l’Impero d’
Oriente da quello d’Occidente: Costantinopoli e Roma. Quando i russi diventarono cristiani,
scelsero l’ortodossia di Costantinopoli: Roma era diventata un’altra cosa, cattolica. Solo
che, quando il principe Vladimir nel 988 decise la conversione, lo fece a Kiev, nell’Ucraina,
evidentemente ritenuta russa anche nei secoli successivi. L’Ottocento, che è il secolo dei
“risorgimenti” e dei tentativi dei popoli di rendersi autonomi, vide anche nostri patrioti
partecipare alla guerra di Crimea, che oggi Zelinski considera territorio ucraino, come
quando, nel 2014, sancì l’illegittimità del referendum sull’autonomia chiesto dalla Crimea.
Sono stratificazioni di eventi che finiscono per alimentare nazionalismi, etnicismi e
patriottismi esasperati (poi, ovviamente, le guerre), causati da continua mancanza di
democrazia nei governi pur eletti democraticamente. Auguriamoci che l’Azerbaigian non
attenda l’esito della questione ucraina per farci un suo pensiero.


I problemi attuali si chiamano democrazia ’23. In questione è, in primo luogo, la
conservazione della democrazia europea. È un problema di sicurezza: l’affideremo alla
crescita degli armamenti in tutti i nostri paesi, bisogno piuttosto di accrescere i bilanci della
sanità, della scuola, del lavoro, della cultura? La prospettiva dell’esercito europeo non va
accantonata proprio per ragione di sicurezza. La Germania che non aveva ambizioni
militari, ha messo 100 mld di investimenti in armi, la Francia idem e noi pure. Sicuri che è
sicurezza?


Bisogna applicare i diritti umani, fondamento assoluto dei principi di umanità e civiltà: il
diritto internazionale, le giurisprudenze europee seguono in linea di principio la
Dichiarazione universale die diritti umani. La guerra ne è la negazione di fatto.
Infatti il problema della difesa è “di chi”. Se mi accorgo di un incendio: mi precipito con un
secchio o telefono ai pompieri? L’opinione pubblica mondiale ha visto che la Germania ha
ceduto sulla consegna dei Leopard perché costretta: il ritardo non era dovuto a egoismo
nazionalistico o perché le frontiere tedesche sono le frontiere dell’Europa e il sospetto delle
risposte da parte dell’onorabilità vendicativa putiniana fa paura. La responsabilità è di
erodere i minuti all’orologio di Armageddon. Se la ministra della Difesa tedesca Christine
Lambrecht ha dato le dimissioni – formalmente per quello che se ne sa, immotivate – ed è
stata sostituita non da Eva Högl per equilibrio di genere, ma da Boris Pistorius, qualche
problema risulta evidente. Lo stesso incontro Nato di Ramstein è sembrato abbastanza
confuso, l’Italia si è impegnata a mandare il sistema di difesa aerea avanzato Samp/T
portando a oltre il miliardo l’aiuto militare all’Ucraina, i governi dell’Ue non esprimono, però,
loro scelte strategiche precise, i nostri generali nelle interviste non appaiono mai
decisionisti e il Pentagono dà parere negativo alle scelte del presidente. I militari non lo
diranno mai – avrebbero fatto un altro mestiere – ma per competenza hanno paura delle
decisioni dei politici.


La Nato, infatti non può sostituire la multilateralità. E la fedeltà agli Usa non coincide con gli
attuali interessi elettorali degli Stati Uniti che – il dollaro non è al massimo del suo fulgore –
finora hanno delegato la guerra e i suoi costi all’Europa, ma non prevedono gli umori del
Congresso. Vogliono uno scontro tra le “grandi potenze”? Ormai tra le “grandi potenze” è
entrata la Cina: Biden sceglierà di provocare Taiwan o fingerà di credere alla dichiarazione
di “perseguimento della pace” scritta nelle conclusioni del Congresso del PCC (ottobre
2022) per usarne preventivamente alla prima minaccia per disinnescare le mine? La
diplomazia c’è per questo, se ne ammette la riservatezza, non l’assenza di qualunque
segnale positivo: dopo non si giustifica il rinvio al momento in cui le armi sparano da sole.
Se, poi, ci sono incertezze sul piano della difesa, il punto di vista economico è chiarissimo:
fortunatamente il momento presenta una ripresa del mercato, ma nessuno garantisce da
una recessione. I prezzi crescono, i profughi sono respinti, aumentano le disuguaglianze, i
governi parlano di altri “sacrifici”, i problemi energetici causano le peggiori prospettive
perché incidono sia sui problemi ambientali urgenti per i quali non ci sono finanziamenti
(mentre Biden stanzia 370 mld per le imprese in sostenibilità), sia perché la guerra è fonte
massima di inquinamento. Inoltre a primavera come sarà possibile il lavoro agricolo nel
“granaio europeo”? Dopo la rinuncia alle forniture russe, il governo Draghi aveva aperto le
vie al mercato energetico alternativo e le missioni della presidente Meloni e del ministro
Taviani in Africa proseguono nell’intento di reperire nuove fonti energetiche dai paesi
petroliferi. Vogliamo riprendere il problema morale pur sapendo che in politica non ha
nessun valore? come stanno i diritti umani, lo stato di diritto, le libertà democratiche in
Libia, Egitto, Algeria, eventualmente Qatar?


L’Ucraina è, comunque, un paese pieno di gente russa, che parla russo. Ormai è arrivato
l’odio etnico come fu quello dei serbi in Kosovo. A fine guerra l’Ucraina rischia la guerra
civile tra prevalenze di linguaggio. D’altra parte non sarà facile provvedere alla
ricostruzione: toccherà a noi aiutare, ancor più giustamente, con la solidarietà economica.
Come per le armi, bisognerà prevedere: le armi consentono intrecci perversi con droga e
criminalità organizzata, ma le ricostruzioni sono il primo business dei dopoguerra: il paese
non ha fama di incorruttibilità e anche Zelinsky ha smontato mezzo governo per scandali
sulle spese militari, ma la mafia italiana deve essere già lì. Pensiamoci fin d’ora. A meno
che non si scelga un altro anno di guerra.


La democrazia, essendo il regime più fragile di tutti, non può essere violenta. Non è
clericalismo cattolico: infatti dal punto di visto cristiano si potrebbe criticare perfino la guerra
difensiva. E’ una conquista successiva alla fine seconda guerra mondiale: la filosofia della
nonviolenza. Anche Paolo VI nel 1973 quando fu firmato l’armistizio che pose fine alla
guerra del Vietnam ebbe e recriminare le guerre, vinte e perse: “il conflitto sarebbe potuto
finire otto anni prima. Siate sicuri che noi condividiamo le pene, così pure le speranze e le
aspirazioni dei vietnamiti”. Stenta ad estendersi e non affascina i politici perché il costume
onora oltre il dovuto la competizione, le sfide, le prove di forza, caratteri che comportano
non progresso e benessere, ma spreco di risorse umane e conflittualità e nemmeno lo
sport si salva dalla guerra delle “curve”. L’Ucraina ha una legge che riconosce l’obiezione
di coscienza, sospesa perché vige lo stato d’assedio e la mobilitazione è generale. Ma il
Movimento Nonviolento ne riceve i documenti di opposizione alla violenza della guerra e
disconoscimento dell’esasperazione nazionalista. Insegna una passione che, per chi vuole
essere o diventare europeo, possiede la nobiltà patriottica della libertà di ogni casa nel
rispetto delle case altrui.


Ma i cittadini europei vogliono rileggere le loro costituzioni democratiche e considerare il
patrimonio culturale, sociale, economico delle istituzioni europee che fin qui hanno
funzionato per unire laicamente un continente memore di storie divise e di conflitti e atrocità
dovuti alle divisioni di antichi stati e imperi ritenutisi sovrani, e, rispettando le alleanze di cui
sono parte attiva, non dare l’Ue in appalto alla Nato? Avete per caso letto il lungo discorso
che il 7 luglio 2022 Jacinta Andern prima ministra della Nuova Zelando aveva tenuto a
Sidney? “In un mondo sempre più polarizzato e conflittuale, dove le relazioni diplomatiche
si fanno più dure, come perseguire una politica estera davvero indipendente? Questa
guerra (l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia) cambia la nozione di conflitto, è
multidimensionale, produce crisi economica, logora la coesione sociale e la fiducia nelle
istituzioni. I principali elementi della politica neozelandese si fondano sul senso di
collettività, di cooperazione globale da rafforzare, principio di politica estera indipendente
(sono i valori) dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere, della sovranità statale e
dell’azione sul clima, responsabilità che ricade su di noi. Poi, resa la mappa della Nuova
Zelanda ahimè insolita la vede al centro dell’area del Pacifico: non esclude che altri
possano avere interessi in quell’area, ma dobbiamo essere noi a definire le nostre priorità.
E prendeva ad esempio la guerra in Europa: l’invasione di Putin senza dubbio illegale e
ingiustificabile.

La Russia deve essere chiamata a risponderne presso la Corte penale
internazionale. Non può essere la premessa di un inevitabile sviluppo in altre aree di
confronto geostrategico. Jacinta andava presa in considerazione: peccato che si è
dimessa. Colpa di noi donne a cui, in genere, la guerra non piace.
Tirando la somma: davvero apriremo il secondo anno di guerra senza porre date a una
strategia motivata ad una fine ragionevole?


GIANCARLA CODRIGNANI, febbraio 2023

(Fonte dell’immagine pixabay.com )

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