EPISODIO 3: SONO TUTTI CLANDESTINI!
Negli ultimi anni, titoli di giornale e dichiarazioni politiche hanno contribuito a costruire una narrazione dominante: quella di un Paese “occupato” da persone arrivate illegalmente, da clandestini. Un’immagine forte, immediata e facilmente comunicabile, ma che semplifica e distorce la realtà. I dati raccontano una storia diversa. Come stiamo analizzando, il fenomeno migratorio, infatti, è molto più complesso di quanto spesso venga rappresentato, e non può essere ridotto a una lettura emergenziale o allarmistica. Proprio l’analisi dei numeri mostra quanto questa rappresentazione sia, in larga parte, fuorviante.
Innanzitutto, è fondamentale fare chiarezza sulla terminologia che vediamo usata, sempre più erroneamente, da alcuni media. In effetti, nel linguaggio quotidiano, termini come “clandestino” vengono usati in modo generico, spesso con una connotazione negativa. Dal punto di vista giuridico, la realtà è più articolata. Titoli sensazionalistici fanno sempre più abuso della parola “clandestino”, che viene applicato indistintamente a tutti i migranti che arrivano o si trovano sul territorio italiano in violazione delle leggi sull’immigrazione. Come evidenziato dall’Associazione Carta di Roma che nasce proprio per diffondere un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione, il termine “clandestino” porta con sé “un giudizio negativo aprioristico”, avvicinando la figura del migrante a quella di un malfattore qualunque.
Secondo le stime della Fondazione ISMU, al 1° gennaio 2025 gli stranieri irregolari in Italia sono circa 321.000, in forte calo rispetto ai 458.000 dell’anno precedente. Significativo è il dato percentuale: rappresentano circa il 5,6% del totale degli stranieri presenti nel paese. Questo significa che oltre il 94% degli stranieri vive in Italia in modo regolare.
Proprio per questo motivo, è importante guardare con attenzione alle vie legali di ingresso, spesso ignorate nel dibattito. Accanto alle difficoltà legate all’ingresso per lavoro, esistono altri canali regolati dalla legge: il ricongiungimento familiare, la protezione internazionale e gli ingressi per studio.
In particolare, il ricongiungimento familiare consente a cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia di far arrivare i propri familiari, secondo determinati requisiti economici e abitativi. Non si tratta di un ingresso irregolare, ma di un diritto riconosciuto e regolato. Attraverso il ricongiungimento arrivano spesso minori, figli che raggiungono i genitori già presenti nel paese. In Italia, i minori stranieri regolarmente soggiornanti rappresentano circa il 19,3% del totale. Questo dato ci restituisce un’immagine diversa del fenomeno: non solo persone in movimento, ma famiglie che si ricompongono per costruire una vita più stabile.
Per quanto riguarda la protezione internazionale, la stessa viene riconosciuta in virtù dell’art 10 comma 3 della nostra Costituzione, che sancisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. In particolar modo, il rifugiato è lo straniero che, per il fondato timore d’essere perseguitato per motivi di razza, religione, opinione politica si trova al di fuori del Paese di cui ha la cittadinanza. Sarà riconosciuta, invece, la protezione sussidiaria nei confronti del cittadino straniero che, pur non possedendo i requisiti per essere rifugiato, ha fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, correrebbe un rischio effettivo.
L’articolo 39 del Testo Unico sull’Immigrazione contempla anche la possibilità di richiedere un permesso per motivo di studio, da richiedere direttamente all’Ambasciata italiana nel Paese di residenza dello straniero. La validità del permesso corrisponde alla durata del corso che si intende seguire.
Si tende a pensare che una persona irregolare sia necessariamente entrata senza autorizzazione, ma in realtà non è così. Un migrante può trovarsi in condizioni di irregolarità anche dopo essere entrato legalmente, ad esempio quando il permesso di soggiorno scade e non viene rinnovato. Tantissimi sono, inoltre, coloro che rimangono “bloccati” nel labirinto delle lungaggini amministrative, che rende impossibile il perfezionamento della pratica. In questo caso, è giuridicamente scorretto parlare di clandestinità. Questo dettaglio cambia la prospettiva: l’irregolarità non coincide automaticamente con l’ingresso clandestino, ma può essere il risultato di un percorso amministrativo che si interrompe. Dunque, l’irregolarità spesso non nasce all’ingresso, ma viene prodotta dal sistema stesso. Secondo la campagna Ero Straniero, uno dei problemi principali è la mancanza di canali legali accessibili per entrare in Italia per lavorare. A rendere impraticabile questa via è stata la legge Bossi-Fini (l. n. 189/2002) che aveva l’obiettivo di ridurre drasticamente gli ingressi irregolari in Italia. Tra le misure più discusse, la Bossi-Fini ha vincolato la possibilità di ingresso al possesso di un contratto di lavoro. Paradossalmente, per via della sua rigidità, la legge ha prodotto l’effetto opposto ed il numero degli stranieri è aumentato in maniera significativa. Tutt’ora il meccanismo attuale si basa sulla necessità di avere un contratto ancora prima di entrare, il che rende molto difficile un ingresso regolare.
Anche i cosiddetti “decreti flussi”, che dovrebbero regolare l’ingresso per lavoro, mostrano forti criticità. Solo una minima parte delle persone riesce effettivamente a ottenere un contratto e un permesso di soggiorno, malgrado la necessità di manodopera in cui versa il nostro Paese, mentre molte altre restano in una condizione di irregolarità. Ciò, anche considerando che l’ipotesi di una richiesta di “assunzione a distanza”, senza interfacciarsi con l’ipotetico candidato, sia estremamente complessa.
Quando i canali legali sono pochi o difficilmente accessibili, l’irregolarità non è solo una scelta individuale, ma spesso una conseguenza del sistema. Non solo la maggior parte degli ingressi è legale, ma anche l’irregolarità, quando presente, è legata a fattori strutturali e normativi. Eppure, questa realtà difficilmente emerge nel racconto mediatico.
