EPISODIO 7: LE DONNE MIGRANTI SONO TUTTE VITTIME PASSIVE!
Dopo aver affrontato nel precedente episodio la complessa e dibattuta questione degli uomini migranti come attori di violenza, è fondamentale ribaltare la prospettiva per esplorare l’altro lato della medaglia: la condizione delle donne migranti, troppo spesso ridotte a soggetti passivi o marginalizzati nel dibattito pubblico.
In Italia, la violenza di genere continua a rappresentare un fenomeno strutturale, diffuso e trasversale, che attraversa ogni contesto sociale, economico e culturale. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sull’aumento dei femminicidi e sulla necessità di rafforzare gli strumenti di tutela per le donne vittime di violenza.
Tuttavia, esistono alcune esperienze che rimangono ai margini della narrazione pubblica: quelle delle donne migranti. Quando si parla di violenza di genere, infatti, non tutte le donne partono dalle stesse condizioni. Genere, etnia, classe sociale e status migratorio si intrecciano producendo diverse forme di vulnerabilità.
È il tema dell’intersezionalità: la violenza colpisce tutte, ma alcune donne risultano maggiormente esposte a discriminazioni, ricatti economici e isolamento sociale.
Le donne migranti, spesso inserite in contesti di precarietà abitativa e lavorativa, sperimentano forme di violenza che non possono essere comprese senza considerare anche il peso del razzismo e delle disuguaglianze economiche. I dati ISTAT mostrano chiaramente questa situazione di svantaggio: tra le donne straniere che nel 2024 hanno intrapreso un percorso di uscita dalla violenza presso i Centri antiviolenza, solo il 31,2% risultava economicamente autonoma, mentre il 35,6% era in cerca di occupazione. Il 49% dichiarava di subire violenza economica, una forma di controllo che limita ulteriormente la possibilità di allontanarsi da situazioni abusive.
In molti casi, queste donne svolgono lavori di cura e assistenza domestica, frequentemente in nero o comunque privi di adeguate tutele. Il lavoro di badante, colf o baby sitter continua ad essere associato a specifiche comunità straniere attraverso stereotipi ormai profondamente radicati. Le donne filippine, ad esempio, vengono spesso rappresentate come “naturalmente portate” alla cura, quando in realtà l’assistenza domestica è un lavoro che richiede competenze professionali e responsabilità specifiche. La loro presenza nel settore è legata soprattutto alle dinamiche del mercato del lavoro e dei processi migratori, non a presunte predisposizioni culturali. Anche se sembrano innocui, questi stereotipi disumanizzano le lavoratrici, riducendole a ruoli sociali rigidi e rendendo più difficile riconoscere eventuali abusi, sfruttamento o violenze.
Inoltre, numerose ricerche dell’OCSE evidenziano che gli immigrati altamente qualificati hanno una probabilità significativamente maggiore rispetto ai nativi di svolgere lavori inferiori alle proprie competenze: nell’Unione Europea circa il 47% degli immigrati con istruzione elevata risulta sovraqualificato o escluso dall’occupazione.
La precarietà economica e giuridica contribuisce a creare una forte dipendenza dai datori di lavoro o dai partner. Per molte donne migranti denunciare una violenza significa rischiare di perdere contemporaneamente lavoro, casa e stabilità economica. A questo si aggiunge la difficoltà di accedere al mercato immobiliare: in quanto donne e straniere, molte subiscono discriminazioni nella ricerca di un affitto o nell’accesso a un mutuo. Lo stereotipo della “migrante povera” produce un’esclusione quotidiana che limita l’autonomia personale e aumenta il rischio di permanenza in contesti violenti.
Anche il percorso migratorio può rappresentare un fattore di rischio. Una ricerca citata dall’European Institute for Gender Equality evidenzia che oltre la metà dei migranti arrivati in Europa aveva sperimentato forme di violenza di genere durante il percorso migratorio e, tra questi, il 69% erano donne. Ciò dimostra come molte donne migranti non incontrino la violenza soltanto una volta giunte nel Paese di destinazione, ma lungo l’intero percorso di migrazione
Il modo in cui i media affrontano questi temi contribuisce spesso ad alimentare rappresentazioni distorte. Un esempio riguarda le madri che affrontano i percorsi migratori con i propri figli, frequentemente giudicate attraverso domande come “con che coraggio portano i bambini durante il viaggio?”, presuppongono un’idea di irresponsabilità genitoriale che non tiene conto delle condizioni che spingono molte famiglie a partire. Secondo l’UNHCR, molte famiglie intraprendono rotte pericolose perché non hanno accesso a vie sicure e legali di protezione. La maternità delle donne migranti viene messa costantemente sotto esame, come se le loro scelte dovessero essere giustificate più di quelle di qualsiasi altra madre.
Lo stereotipo delle donne migranti come “vittime da salvare” emerge nel racconto di alcune comunità straniere. In questi casi, il rischio è quello di attribuire la violenza alla “cultura” di appartenenza, semplificando fenomeni molto più complessi: la cultura può certamente influenzare ruoli di genere e dinamiche familiari, ma ridurre la violenza maschile a una caratteristica culturale delle comunità migranti finisce per rafforzare visioni razziste.
Anche l’idea delle donne migranti come soggetti passivi, incapaci di reagire o di chiedere aiuto, trova scarso riscontro nella realtà: le donne migranti che si rivolgono ai Centri antiviolenza mostrano infatti una significativa capacità di attivazione: oltre la metà dei responsabili delle violenze subite dalle donne straniere è stata denunciata almeno una volta (50,9%), una quota superiore a quella rilevata complessivamente tra le utenti dei servizi. Ciò che spesso ostacola questi percorsi non è una presunta passività individuale, bensì la presenza di barriere economiche, linguistiche, abitative e burocratiche che rendono più difficile accedere alle tutele e costruire un’autonomia reale.
Un aspetto particolarmente controverso riguarda inoltre il modo in cui vengono raccolti i dati sulla violenza subita dalle donne migranti. Recentemente sono emerse forti critiche rispetto ad alcune indagini statistiche condotte sul tema: in particolare, è stata contestata la metodologia utilizzata in una ricerca affidata alla società CSA Research, accusata di aver prodotto dati inattendibili attraverso modalità di rilevazione inappropriate e interviste risultate in parte false. Diversamente dalle donne italiane, molte donne migranti sarebbero state intervistate in presenza. Una volta ricevuti i questionari, parte di queste interviste realizzate di persona sarebbero state però inventate.
Questo episodio solleva una questione più ampia: le donne migranti vengono spesso raccontate senza essere realmente ascoltate. Le loro esperienze diventano oggetto di dibattito politico, mediatico o statistico, ma raramente vengono considerate nella loro complessità.
Eppure, comprendere la violenza di genere oggi significa interrogarsi anche sulle condizioni in cui vivono molte donne straniere: precarietà lavorativa, barriere linguistiche, ricatti legati al permesso di soggiorno e difficoltà di accesso ai servizi. Costruire politiche davvero inclusive significa prima di tutto ascoltare le esperienze delle donne migranti, garantire tutele concrete e contrastare quei pregiudizi che, ancora oggi, contribuiscono ad alimentare esclusione e violenza.
