lunedì, Marzo 9, 2026
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L’ALTERNATIVA RADICALE

di Carlo Sansonetti

Non stiamo assistendo a delle tragedie. Stiamo assistendo a un progetto.

Non stiamo vedendo soltanto distruzioni, migrazioni forzate, guerre interminabili, popoli spinti ai margini. Stiamo vedendo un modello di mondo che si impone. È la forza che decide, è il denaro che organizza, è la paura che governa. In questo modello di mondo, la vita vale se serve, se produce, se conviene. Se non ha questi requisiti, si elimina.

E la cosa più inquietante non è la violenza. È la normalità.

Perché quando la distruzione diventa funzionale, quando la morte diventa un prezzo calcolato, quando l’espulsione dei più deboli diventa condizione per il benessere dei più forti, allora il male non è più un incidente della storia: diventa struttura. Diventa sistema. Diventa cultura.

E noi? Noi rischiamo di adattarci.

Ci diciamo che il mondo è sempre stato così. Ci diciamo che non possiamo farci nulla. Ci diciamo che dobbiamo essere realistici. E intanto proteggiamo il nostro spazio, difendiamo il nostro privilegio, custodiamo la nostra sicurezza.

Ma il privilegio non è una tana, non è una fortuna casuale dentro cui rinchiudersi. È una responsabilità, è una pressione continua a dare, dare e dare ancora.

E qui si gioca tutto. Sì, perché esiste una contrapposizione evidente tra due blocchi di valori: da una parte le ricchezze materiali quando diventano ragione della vita; dall’altra la solidarietà, la compassione, la giustizia, la sapienza, lo zelo di liberazione.

Non è una distinzione teorica, è una scelta concreta che attraversa l’economia, la politica, l’informazione, la cultura. E attraversa anche il cuore di ciascuno di noi.

Se scegliamo il primo blocco, allora tutto il resto diventa mezzo: le persone, i territori, le relazioni, perfino la memoria.
Se scegliamo il secondo, allora la ricchezza torna ad essere strumento, e non idolo; si fa subito mezzo che produce vita, e non potere.

Ma questa scelta non è indolore, perché il sistema attuale premia chi si adatta e isola chi resiste. Premia chi accumula e marginalizza chi condivide. Premia chi tace e rende scomodo chi denuncia.

Eppure l’alternativa radicale non nasce dall’odio, non dalla vendetta, non dalla violenza che si contrappone alla violenza.

Nasce dalla presenza e dalla solidarietà.

Chi si fa presente nel mondo dei poveri, chi entra davvero nelle ferite della storia, chi ascolta senza difese il grido degli esclusi, non può restare neutrale. Se resta neutrale, si è già disumanizzato. E invece, se resta umano, nasce dentro di lui un grande zelo di liberazione.

Questa è la radice dell’alternativa, è l’alternativa radicale, perché radicale è il modello di mondo disumanizzante che si sta imponendo.

Non è un’utopia ingenua, è lotta continua, è sogno ostinato. È il sogno che accompagna tutta la vita, che talvolta fa soffrire perché sembra irrealizzabile, ma che continua a indicare strade nuove proprio quando tutto appare chiuso.

Il sogno di un mondo bello per tutti, e non per pochi, il sogno di una vita piena e buona per tutti, e non per pochi.

Di sogni perciò voglio parlare.

Senza questo sogno, il realismo diventa cinismo, la prudenza si trasforma in complicità, la sicurezza si rivela come indifferenza.

L’alternativa radicale è questa: ricostruire dal basso. Non dai grandi centri di potere, ma dalle periferie della storia, là dove il potere non è un sostantivo, ma un verbo.

Abbiamo il dovere di ricostruire comunità dove la persona conti più del profitto. Costruire economie di condivisione e non di scarto. Fare della cura un criterio politico. Restituire alla parola “giustizia” il suo peso concreto. E che la tenerezza regni nelle relazioni, perché la violenza la sta facendo da padrona.

Non è un compito per eroi, è un compito per coscienze sveglie.

Il male oggi è radicale. E per questo, radicale deve essere anche il bene.

E il bene diventa radicale quando smette di essere sentimento e diventa scelta di campo; quando smette di essere emozione e diventa struttura; quando smette di essere carità occasionale e diventa giustizia. Questo tipo di bene, solo questo tipo di bene, vince, non perché il male sia debole, ma perché l’umano, quando decide di restare umano, è più forte di qualsiasi sistema.

Ufficio stampa

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